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        <title>Lucio Scipione Atellani (Matteo Bandello, Novelle III 35)</title>
        <author>Matteo Bandello</author>
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          <resp>transcription by</resp>
          <name>Lelio Camassa</name>
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          <resp>main editor</resp>
          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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        <publisher>BUP - Basilicata University Press</publisher>
        <pubPlace>Potenza</pubPlace>
        <date>2026</date>
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          <bibl type="bibliography">Matteo Bandello, Le novelle, a cura di G. Brognoligo, Bari, Laterza, IV, 1911</bibl>
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            <idno>Band. Nov. III 35</idno>
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        <date>1544-1573</date>
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        <p>Il Bandello a la vertuosa signora la signora GINEVRA BENTIVOGLIA e marchesa Pallavicina salute</p>
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          Da che io partii dal vostro ameno e fruttifero castello di Bargone in Parmegiana e me ne ritornai a Milano, ad altro mai non ho atteso che ad ispedire quanto voi degnaste di comandarmi. Ed emmi la fortuna stata si favorevole, che il tutto è successo si compitamente che voi meglio non sapereste desiderare. Non vorrei perciò che voi credeste che io volessi, come fece il corbo, vestirmi de le penne del pavone e difraudare gli altri de le lor fatiche. Io mi ci sono nel vero molto affaticato; ma se non era l’autorità del gentilissimo signor Alessandro Bentivoglio, vostro zio e mio singolarissimo padrone, e se non v’intraveniva il conseglio del mio splendidissimo e saggio
          <persName key="Lucio Scipione Attellano" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q128097792">Lucio Scipione Attellano</persName>
          , io dubito che ancora sarei a cominciare. Ma sia lodato Iddio, che ogni cosa s’è ridotta a tranquillo fine e al tutto imposto perpetuo silenzio. E perché ne le lettere vostre ultimamente ricevute, dopo l’avermi essortato a dar fine al sovradetto negozio, mi ricercate che io vi mandi per ogni modo qualcuna de le mie rime, io vi dico che non saprei che cosa mandarvi che voi non abbiate vista e letta, perciò che, dapoi che vi lasciai, le mie muse sono state meco in tanta còlerà che io non ho mai né saputo né potuto comporre un verso. E nondimeno non ho perciò del tutto perduto il tempo, ché ho scritto alcune novelle di vari accidenti che a la giornata occorrono. Onde avendone scritta una nuovamente in Milano avvenuta, quella a voi ho voluto mandare, che è de le beffe che tutto il di le donne fanno a’ mariti; e fummi narrata dal mio vertuosissimo messer Martino Agrippa. Il quale suol dire che non produce di nuovo ogni anno la primavera tante frondi e fiori quante sono le frodi che le mogli fanno ai mariti, le quali, se si sapessero tutte e fossero scritte, farebbero assai più volumi che non sono quelli de le lunghe e verbose leggi. Restami pregarvi che talora degnate ricordarvi quanto il Bandello desidera di farvi sevizio. State sana.
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