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        <title>Enea Silvio vescovo di Siena - Traduzione del Commentario - Libro IV</title>
        <author>Enea Silvio Piccolomini</author>
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          <name>Raffaella Notari</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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        <publisher>BUP - FedOA</publisher>
        <pubPlace>Napoli - Potenza</pubPlace>
        <date>2025</date>
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        <date>1456-04-22</date>
      </docDate>
      <div type="chapter" xml:id="chapter00">
        <p>Sul proemio</p>
        <p>[1] La Spagna, che è da comparare alle terre migliori, non
                    fu solita dare a Roma e all’Italia solo imperatori e re, ma anche cardinali e
                    papi dalla vita purissima e dalla dottrina ammirevole. Infatti, la Spagna ci ha
                    dato papa Damaso, di eccelsa virtù e famosissimo per lo studio di tutte le arti.
                        [2] Ora dalla stessa provincia abbiamo avuto in sorte
                    Callisto III, che riteniamo ottimo in virtù del nome. È risaputo che nel sacro
                    collegio dei cardinali molti sono gli Spagnoli degni di lode: vediamo nel
                    collegio i cardinali Alfonso di Sant’Eustachio e Giovanni di San Pietro in
                    vincoli, la cui morigeratezza dei costumi e l’accortezza nel comportamento è
                    stata tale che hanno portato dalla loro parte tutto il sinodo. Noi stessi
                    abbiamo servito nella segreteria di Giovanni. [3] Oggi la
                    Spagna annovera tra i cardinali anche Giovanni di San Sisto, Antonio di Lleida e
                    un altro Giovanni, di Sant’Angelo, che or ora è andato come legato in Ungheria,
                    per raccogliere truppe contro il Turco. Il mondo romano è illuminato da quelle
                    due stelle di sapienza teologica; e il terzo non è inferiore a nessuno nella
                    scienza del diritto. [4] In verità Alfonso, come dici, non
                    trae lode dalla Spagna ma egli stesso rende lustro alla Spagna. Sebbene sia
                    tanto religioso e osservatore del culto divino, come scrivi, non è immemore
                    della dottrina evangelica e dopo i digiuni, le preghiere e le altre opere di
                    pietà, cui si dedica costantemente, si dichiara servo inutile. E, infatti, in
                    questi giorni, essendo venuto da lui il messo apostolico per trattare della pace
                    della Toscana, tra le varie altre cose sapienti ha detto: «So che, dopo aver
                    iniziato a regnare, ho elevato molti uomini da umile condizione a grandi
                    ricchezza e potenza, che poi si sono dimostrati immemori del bene ricevuto. La
                    cosa non mi meraviglia, dal momento che io stesso sono tormentato dal vizio
                    dell’ingratitudine. Infatti, chi ha ricevuto da Dio più benefici di me, che,
                    nato da re, ho ottenuto per diritto ereditario grandissimi regni e ne ho
                    conquistati altri non minori con le armi? Pochi re mi precedono tra quelli
                    cristiani. [6] La natura mi ha concesso un ingegno non
                    ottuso, una memoria non debole, un corpo sano, una vita piuttosto lunga e non
                    guastata dalle malattie, godo di abbondanti ricchezze, lussi, piaceri; ho avuto
                    anche una certa formazione letteraria. Ma dov’è la mia gratitudine? Cosa faccio
                    o ho fatto per aver ottenuto tanti e tanto grandi doni dalla divina clemenza?
                    Sono certamente consapevole di essere ingrato e perciò di essere degno della
                    stessa accusa e pena di cui penso che siano degni gli altri che sono stati
                    ingrati nei miei confronti, tanto più che è più grave ingannare Dio che gli
                    uomini. [7] Tuttavia, se mi sarà concesso di vivere, ho in
                    animo di rimediare a ciò che finora ho trascurato in abbondanza. Infatti, ho
                    deciso di vendicare gli oltraggi che la crudelissima nazione dei Turchi infligge
                    quotidianamente a Gesù Cristo, il nostro vero e grande Dio, sia in Grecia, sia
                    in Asia, e ho già preparato navi, uomini e armi a questo scopo. Quindi, non c’è
                    motivo per cui si possa pensare che voglia turbare in alcun modo la pace della
                    Toscana che ora si sta negoziando». [8] Queste cose ha
                    detto il re, che, se manterrà la sua promessa, sarà riconosciuto da tutta Europa
                    come il salvatore della religione cristiana inviato dalla Spagna.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter01">
        <p>Sul cap. 1</p>
        <p>[1] Ci trovavamo presenti quest’anno mentre accadevano
                    questi fatti. A capotavola sedeva un vecchio cieco, che diceva di aver perso la
                    vista sedici anni prima. Il re lo serviva. In nostra presenza, gli chiese se
                    soffrisse molto per la cecità. [2] Il cieco, ignaro che
                    fosse il re a parlargli, rispose: «Senza l’aiuto della grazia divina, nessuno
                    desidererebbe continuare a vivere da cieco, tanto è miserabile questa
                    condizione, specialmente per chi un tempo vedeva la luce». Allora il re disse:
                    «Vorresti lasciare questa vita?». «No, affatto», rispose lui. E il re: «Se sei
                    infelice, perché non vuoi liberarti dall’infelicità?». «Non so – rispose il
                    cieco – se morendo passerei a un’infelicità ancora maggiore, né mi è chiaro dove
                    andrei a finire». [3] A quel punto uno dei cortigiani
                    disse: «Non sai forse – gli chiese – che se vivi in modo retto, si apriranno per
                    te i luoghi destinati ai giusti?». «Io so – rispose il cieco – che esistono tre
                    luoghi a cui, dopo aver abbandonato il corpo, sono condotte le anime degli
                    uomini: il cielo accoglie le anime dei giusti; gli inferi quelle dei malvagi; e
                    quelli che furono malvagi ma, prima di morire, si pentirono del male compiuto,
                    devono recarsi in purgatorio». [4] Il cortigiano riprese:
                    «Se credi in queste cose e ti astieni dal peccato, perché non vuoi morire?».
                    «Credo – rispose il cieco – che a chi muore bene possa toccare una buona sorte.
                    Ma chi può essere sicuro di morire bene?». Allora il re disse: «Il cieco ragiona
                    saggiamente: la sua riflessione attinge alla teologia più alta». [5] A quelle parole, il cieco udì che lo avevano chiamato “re” e
                    chiese chi fosse. Il re rispose: «Sono io, colui che sta parlando con te».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter02">
        <p>Sul cap. 2</p>
        <p>[1] Dall’Ungheria giunsero all’imperatore Sigismondo
                    quarantamila monete d’oro. Si stava facendo sera, e furono riposte nella camera
                    reale quando egli si coricò. L’imperatore, mentre rifletteva su come impiegare
                    quel denaro, non riusciva a prendere sonno. Allora svegliò i suoi camerieri e
                    disse loro: «Andate subito, convocate i consiglieri e i comandanti militari».
                        [2] Chiamati nel cuore della notte, i nobili arrivarono
                    preoccupati e, temendo che fosse accaduto qualcosa di grave, chiesero quale
                    fosse il motivo di una convocazione così improvvisa. L’imperatore, aperto lo
                    scrigno, distribuì il denaro tra i presenti: «Andate – disse – ora possiamo
                    finalmente dormire tranquilli. Ciò che mi toglieva il sonno, ora se ne va con
                    voi».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter03">
        <p>Sul cap. 3</p>
        <p>[1] In mia presenza, alcuni si chiedevano perché Alfonso,
                    che si mostrava liberale e munifico verso ogni genere di persona, trascurasse
                    soltanto gli astronomi. Infatti, a differenza di altre discipline, non si vedono
                    a corte maestri di quest’arte onorati come gli altri. [2]
                    Allora uno che sembrava sapere di più disse: «Le stelle – disse – governano e
                    spingono gli stolti, ma i sapienti dominano gli astri. Perciò è coerente che i
                    principi stolti onorino gli astrologi, non quelli sapienti; e Alfonso, fra i
                    sovrani, detiene fama di sapienza». [3] Intervenne allora
                    un altro: «Pietro da Montalcino, astronomo di non scarsa fama, durante il
                    Concilio di Costanza, fece una previsione sugli eventi futuri, sostenendo che
                    Sigismondo sarebbe stato coronato a Roma con grandi onori e che papa Giovanni
                    XXIII, che aveva convocato il concilio, ne avrebbe ottenuto gloria. [4] Avendo, però, il grande sinodo deposto Giovanni dal
                    sommo pontificato, e non essendo ancora sceso in Italia Sigismondo pur essendo
                    trascorsi molti anni, da più parti si levarono ad accusare Pietro di aver detto
                    una cosa palesemente falsa. Ed egli rispose: “Io dovevo pronunciarmi su due
                    stolti: Tolomeo stesso non avrebbe potuto predire correttamente la verità su di
                    loro”».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter04">
        <p>Sul cap. 4</p>
        <p>[1] Fu un motivo non trascurabile di prestigio per Alfonso
                    che Federico III, dopo esser stato incoronato imperatore a Roma, si recasse a
                    fargli visita. [2] Rientrato in Germania, interrogato dagli
                    amici in Italia su ciò che avesse visto di memorabile, Federico rispose:
                    «Alfonso è il più saggio e magnifico tra tutti i re viventi». [3] Poiché, però, alcuni non approvavano che una dignità maggiore si
                    recasse da una minore, Federico disse: «Anzi, io sono andato da un superiore.
                    Benché l’autorità di un re sia inferiore a quella di un imperatore, Alfonso in
                    sé è più grande di Federico».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter05">
        <p>Sul cap. 5</p>
        <p>[1] Sarebbe un risultato di poco conto aver dato la pace
                    all’Italia, se poi non la si mantenesse.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter06">
        <p>Sul cap. 6</p>
        <p>[1] La citta di Vienna ha un borgo con una rocca
                    fortificata, attraverso il quale si passa dall’Austria alla Stiria. Fu affidato
                    a un vecchio amico di Ernesto I, padre dell’imperatore Federico III. Alcuni
                    giovani si presentarono più volte a Federico, chiedendo per sé il comando del
                    luogo, sostenendo che colui che lo governava fosse fiaccato dagli anni e dalle
                    forze. Federico rispose loro: «Io ho affidato un amico di mio padre alla
                    fortezza, non la fortezza a un amico».</p>
        <p>[2] Quando un duca di Slesia fece testamento, dispose che
                    fosse costruito un grande edificio, nel quale fossero nutriti fino alla morte,
                    grazie alle rendite di alcuni terreni destinati a tale scopo, tutti quei cani
                    usati per la caccia, che, divenuti vecchi o deboli, fossero stati abbandonati
                    dai loro padroni. E il suo volere fu rispettato.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter07">
        <p>Sul cap. 7</p>
        <p>[1] Giacomo, margravio di Baden, quando apprese di un furto
                    commesso nei suoi dominî, convocò coloro che avevano subito il danno e ordinò
                    che ricevessero direttamente dalle sue casse un risarcimento pari al valore,
                    dichiarato con giuramento, di ciò che avevano perduto. In seguito, ricercò
                    coloro che avevano commesso il furto e, dopo averli catturati, li fece morire
                    sulla ruota, che è una forma terribile di supplizio usata in Germania. [2] Così, in breve tempo, rese la sua provincia oltremodo
                    pacifica. Suo figlio Carlo, giovane di nobile stirpe, sposato con Anna, sorella
                    dell’imperatore Federico, segue le orme paterne.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter08">
        <p>Sul cap. 8</p>
        <p>[1] Un duca di Opava andò incontro alla moglie, che
                    proveniva dalla Lituania, e vide al suo seguito un giovane di straordinaria
                    bellezza e possente corporatura, trasportato su un carro sospeso, adagiato su
                    cuscini. Pensando che fosse il fratello o un parente della sposa, chiese chi
                    fosse. [2] Gli risposero che, presso i Lituani, secondo la
                    loro tradizione, le donne nobili avevano l’abitudine di tenere in casa uno o più
                    concubini, a seconda delle possibilità del marito, che assolvessero ai doveri
                    coniugali, qualora quest’ultimo li trascurasse. Proprio per tale motivo quello
                    era stato condotto, per adempiere a tali incombenze nel caso in cui il duca,
                    malato o impedito, non potesse soddisfare la moglie. [3] Il
                    duca avrebbe voluto dare quell’uomo in pasto ai cani, ma, fermato dagli amici,
                    lo mandò via al più presto in Lituania, provincia nella quale, a quanto si dice,
                    pochissime mogli si separano dai loro mariti.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter09">
        <p>Sul cap. 9</p>
        <p>[1] «Ha già vinto a sufficienza – diceva l’imperatore
                    Sigismondo – chi ha messo il nemico in fuga».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter10">
        <p>Sul cap. 10</p>
        <p>[1] Quando chiesero all’imperatore Sigismondo quale uomo
                    giudicasse degno e adatto a regnare, egli rispose: «Colui che le circostanze
                    favorevoli non esaltano e quelle avverse non abbattono».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter11">
        <p>Sul cap. 11</p>
        <p>[1] A un borioso cavaliere, che davanti a Sigismondo
                    disprezzava i magistrati civili e portava in cielo i comandanti militari, quello
                    replicò: «Taci, Trasone: non avremmo bisogno di eserciti se ogni comunità fosse
                    governata con moderazione e giustizia dai propri pretori e dagli altri
                    magistrati».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter12">
        <p>Sul cap. 12</p>
        <p>[1] Forse i Senesi, inconsapevoli, hanno fatto finire un
                    piccolo ramoscello in un occhio del re. Voglia il cielo che il re non si dolga
                    di altro se non del dolore e del timore del popolo senese! Invece Joan de Hijar,
                    che ogni giorno arreca nuovi oltraggi alla nostra città, continua ad accusarla
                    presso il re. [2] È vero ciò che dice il poeta satirico:</p>
        <p>[…] Questa è la libertà del povero: 
                        pur preso a pugni, supplica e scongiura
                        di poter tornare indietro con pochi denti ancora in bocca.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter13">
        <p>Sul cap. 13</p>
        <p>[1] Una lettera di Kaspar Schlick, inviata da Norimberga e
                    indirizzata ad alcuni Ungheresi, cadde nelle mani dell’imperatore Federico.
                    Alcuni suggerivano di aprirla, sospettando che si potessero scoprire tracce di
                    un tradimento. Ma Federico disse loro: «Io considero Kaspar un uomo onesto e
                    fedele. Se mi sbaglio, preferisco che l’errore si riveli da sé, piuttosto che
                    venga scoperto dalla mia solerzia».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter14">
        <p>Sul cap. 14</p>
        <p>[1] Non stupisce che Alfonso non creda di poter trovare
                    sette saggi nel suo regno e nel suo tempo, dal momento che in tutta la Grecia e
                    in Asia, anzi in tutto il mondo e in ogni epoca, se ne sono a stento contati
                    altrettanti.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter15">
        <p>Sul cap. 15</p>
        <p>[1] Una volta, l’imperatore Carlo IV entrò nella scuola di
                    Praga e ascoltò, per quattro ore, le dispute dei professori di arti liberali. Ai
                    cortigiani, che ne erano infastiditi e gli ricordavano che si stava facendo ora
                    di cena, rispose: «L’ora si è già fatta per me, non per voi. È questa la mia
                    cena».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter16">
        <p>Sul cap. 16</p>
        <p>[1] Una volta, davanti a Sigismondo, qualcuno definì beati
                    gli usurai, che guadagnavano mentre dormivano. Sigismondo gli rispose: «E tu
                    allora sei uno sventurato, che consumi i tuoi beni restando sveglio».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter17">
        <p>Sul cap. 17</p>
        <p>[1] Se mancano i Trasoni fanfaroni, invano si lamentano i
                    ruffiani Gnatoni.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter18">
        <p>Sul cap. 18</p>
        <p>[1] Alfonso, a mio avviso, aveva letto quello che un non
                    oscuro poeta scrisse:</p>
        <p>O dèi, alle ombre degli antenati, che vollero che il maestro
                        fosse sacro come un padre, concedete terra soffice e senza peso
                        e profumata di croco e un’eterna primavera.</p>
        <p>[2] Per questo ha offerto con la sua stessa mano al maestro
                    frutti e dolci di zucchero.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter19">
        <p>Sul cap. 19</p>
        <p>[1] Giorgio Fistello, sebbene dottore, ricevette
                    dall’imperatore Sigismondo l’investitura a cavaliere. In seguito si recò al
                    concilio di Basilea e Sigismondo, trattando di questioni ardue, ordinò che i
                    dottori andassero da una parte e i cavalieri dall’altra. Poiché Giorgio esitava
                    nella scelta del gruppo al quale unirsi e, propendeva per i cavalieri, [2] Sigismondo gli disse: «Agisci da stolto, anteponendo la
                    milizia alle lettere. Io, in un solo giorno, posso fare mille cavalieri, ma in
                    mille anni non potrei fare un solo dottore».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter20">
        <p>Sul cap. 20</p>
        <p>[1] Vitoldo, duca di Lituania, affermava che la plebe
                    dovesse essere sottomessa alla legge e la legge al principe. Tanto si mostrò
                    differente nei costumi e nell’aspetto dai suoi compatrioti, che con un editto
                    ordinò loro di tagliarsi la barba, conservandola per sé solo, in segno di
                    sovranità. [2] Ma non ebbe successo, perché i Lituani erano
                    pronti a perdere la vita piuttosto che la barba. Allora egli stesso si rase il
                    capo e le guance, minacciando la pena capitale a chiunque, imitando il suo
                    esempio, si fosse rasato barba o capelli.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter21">
        <p>Sul cap. 21</p>
        <p>[1] «Se fossero scelti con l’elezione e non con la
                    successione – come dice Isocrate – i principi sarebbero spesso migliori dei
                    privati cittadini».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter22">
        <p>Sul cap. 22</p>
        <p>[1] Un tale chiese a Tommaso da Sarzana, che in seguito
                    sarebbe diventato pontefice col nome di Niccolò V, come fosse papa Eugenio IV.
                    «È facile da capire – rispose. Quale è la sua famiglia, tale è anche il
                    principe».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter23">
        <p>Sul cap. 23</p>
        <p>[1] Gli Austriaci, che con l’aiuto dei Boemi assediarono a
                    Neustadt l’imperatore Federico III che tornava dall’Italia, si ritrovarono
                    infine nella condizione di chiedere pace al vinto, e di versargli ogni anno
                    seimila pezzi d’oro.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter24">
        <p>Sul cap. 24</p>
        <p>[1] Quando l’Austria fu governata da una donna – poiché la
                    discendenza maschile si era estinta – gli Ungheresi e i Bavaresi cominciarono a
                    depredare la provincia. Gli amici le consigliavano di sposare uno dei due
                    nemici, perché la difendesse dalle offese dell’altro. [2]
                    Lei rispose: «Non mi sposerò con un nemico. Piuttosto, chiamerò in mio aiuto
                    Ottocaro di Boemia: arricchito dal mio matrimonio, darà sia ai Bavaresi che agli
                    Ungheresi ciò che meritano. Non è nella natura delle cose che facciamo del bene
                    a chi ci fa del male».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter25">
        <p>Sui capp. 25-26</p>
        <p>[1] Mentre l’imperatore Sigismondo si trovava in Italia,
                    venne a sapere che i padri riuniti a Basilea stavano per deporre papa Eugenio
                    dal sommo pontificato. Pur soffrendo di gotta, si mise in viaggio e giunse con
                    tale rapidità che lo si vide nel concilio prima ancora che si sapesse del suo
                    arrivo. [2] Non gli sembrava tollerabile, infatti, che la
                    Chiesa, tornata grazie a lui all’unità e alla concordia nel concilio di
                    Costanza, fosse di nuovo frantumata in quello di Basilea.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter27">
        <p>Sul cap. 27</p>
        <p>[1] Le lettere di condoglianza che hai ricevuto per la
                    morte di tuo fratello testimoniano il grande affetto che il re nutre per te. Ma
                    chi può amare il re, se non te, che gli procuri fama anche per le imprese da lui
                    compiute?</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter28">
        <p>Sul cap. 28</p>
        <p>[1] Una volta fu chiesto all’imperatore Federico quale
                    fosse il bene più grande che potesse capitare a un uomo. Rispose: «Una buona
                    fine di questa vita».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter29">
        <p>Sul cap. 29</p>
        <p>[1] L’imperatore Sigismondo era solito considerare saggi
                    coloro che sanno accettare con moderazione gli scherzi, e dotati di ingegno
                    coloro che sanno farli con prontezza.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter30">
        <p>Sul cap. 30</p>
        <p>[1] L’anno scorso giunse dal duca Alberto d’Austria un
                    greco che affermava di essere fratello dell’imperatore Costantino, ucciso dai
                    Turchi. Quando Alberto scoprì che era una spia, intento a riferire ai Turchi i
                    preparativi in Germania, ordinò che fosse ucciso con la spada.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter31">
        <p>Sul cap. 31</p>
        <p>[1] L’imperatore Carlo IV convocò l’uomo che aveva
                    complottato per assassinarlo e gli donò mille monete d’oro, affinché potesse
                    dare in sposa la figlia, già in età da marito, dicendo di provare compassione
                    per lei, costretta a restare in casa già adulta. [2] L’uomo
                    ringraziò il re e, andando dai cospiratori, disse loro: «Non sapevo che Carlo
                    fosse così: adesso che so che è un principe generoso e misericordioso, non
                    potrei in alcun modo fargli del male».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter32">
        <p>Sul cap. 32</p>
        <p>[1] Alberto imperatore, padre di Ladislao, diceva che la
                    caccia è un esercizio virile mentre la danza è appropriata alle donne; e che
                    poteva fare a meno di qualsiasi piacere, ma non della caccia.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter33">
        <p>Sul cap. 33</p>
        <p>[1] Se si deve essere contenti della propria sorte, Alfonso
                    non può lamentarsi della sua, giacché possiede i regni di tre divinità: quelli
                    di Plutone in Spagna, di Nettuno in Sicilia e in altre isole, e di Giove in
                    Italia, benché la sua virtù meriterebbe il dominio su tutto il mondo.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter34">
        <p>Sul cap. 34</p>
        <p>[1] Nessuno che conosca Alfonso dubita che egli sia amante
                    degli studi e dei libri, poiché ogni suo discorso rivela dottrina. Di recente lo
                    abbiamo pregato di non lasciare che la Toscana fosse rovinata dalla guerra, egli
                    che si definisce re di pace. [2] E ha risposto: «Apollo
                    diede a Cassandra il dono della profezia e della conoscenza del futuro. Ma,
                    riuniti in consiglio, gli dèi lo giudicarono inopportuno, perché non è
                    consentito ai mortali conoscere il futuro. Tuttavia, ritenendo nefando revocare
                    un dono divino, stabilirono che nessuno avrebbe creduto alle profezie di
                    Cassandra. Allo stesso modo, sebbene mi definisca re di pace, nessuno mi
                    crede».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter35">
        <p>Sul cap. 35</p>
        <p>[1] Tra coloro che mentono più di tutti, aggiungi pure, se
                    vuoi, chi molto ha combattuto. [2] Giovanni di Amburgo,
                    medico non sconosciuto, un giorno, quando l’imperatore Sigismondo ordinò che si
                    allontanassero tutti quelli che non conoscevano la lingua cumana (poiché aveva
                    da trattare con i Cumani, popolo dell’Ungheria), non obbedì all’ordine. [3] L’imperatore gli chiese perché non fosse andato via:
                    «Perché – rispose – hai dato l’ordine di andar via soltanto a chi non conosce il
                    Cumano, e quell’ordine non mi riguarda. Nessuno è capace quanto me di mentire e
                    rubare, che è cosa propria dei Cumani».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter36">
        <p>Sul cap. 36</p>
        <p>[1] Anche i dieci comandamenti della legge divina ci sono
                    affidati e prevedono grande impegno da parte nostra: quando se ne infrange uno,
                    si infrangono tutti.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter37">
        <p>Sul cap. 37</p>
        <p>[1] Svatopluk, ultimo re dei Moravi, quando seppe che, in
                    sua assenza, il palazzo reale era bruciato, chiese al messaggero se la cantina
                    fosse salva. Avuta risposta che tutto era andato distrutto, ma che quella era
                    rimasta intatta, esclamò: «Allora anche noi siamo salvi e felici!».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter38">
        <p>Sul cap. 38</p>
        <p>[1] «Come gli dèi vogliono essere amati e temuti, così
                    anche i re – dice Sigismondo –; infatti, non si può amare veramente se non si
                    teme».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter39">
        <p>Sul cap. 39</p>
        <p>[1] Vorrei che, con l’abilità e l’impegno di Alfonso, non
                    solo i cittadini, ma anche i soldati corrotti e malvagi divenissero buoni e
                    corretti. Ma la vita militare, a mio avviso, è un ricettacolo di vizi e non
                    riceve alcun rimedio dalla virtù.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter40">
        <p>Sul cap. 40</p>
        <p>[1] Direi, in verità, che Alfonso abbia gareggiato e
                    persino superato tutti in ingegno, dottrina, virtù, abilità e saggezza; sembra
                    nato per riuscire in qualunque impresa decida di affrontare.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter41">
        <p>Sul cap. 41</p>
        <p>[1] In Austria morì un nobile all’età di novantatré anni,
                    che aveva condotto la vita tra i piaceri e le lusinghe senza mai una malattia,
                    né un’ombra di sventura o mestizia. Quando lo riferirono all’imperatore
                    Federico, egli disse: «Anche da ciò si può ricavare che le anime sono immortali.
                    Infatti, se Dio governa questo mondo, come insegnano filosofi e teologi, e
                    nessuno nega che sia giusto, allora esistono altri luoghi in cui le anime
                    migrano dopo la morte, e lì ciascuno riceve premi o castighi in base a ciò che
                    hanno fatto. Qui, infatti, né ai buoni vengono date le giuste ricompense, né ai
                    malvagi vengono inflitte le dovute punizioni».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter42">
        <p>Sul cap. 42</p>
        <p>[1] Se il medico francese rende iniqua la causa cui presta
                    patrocinio, lo stesso fa il Piccinino, che agisce in maniera ingiusta e
                    scellerata.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter43">
        <p>Sul cap. 43</p>
        <p>[1] Lo svevo Johann von Rechberg disse: «Se mi fosse data
                    la scelta di un’occupazione in cui passare la vita, mi piacerebbe inseguire
                    qualche ricco mercante, come si dice ne esistano a Firenze, puntandogli la
                    lancia alla schiena, come se lo dovessi catturare». [2]
                    Così, infatti, ciascuno è tratto dal proprio desiderio, come dice il più grande
                    dei poeti latini. Ma il dolce ozio e la quiete della vita privata sono preclusi
                    ai principi, e nemmeno Diocleziano, che si ritirò a coltivare i suoi orti, trovò
                    il favore della fortuna.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter44">
        <p>Sul cap. 44</p>
        <p>[1] Quando chiesero all’imperatore Federico III chi fossero
                    per lui i più cari, rispose: «Coloro che mi temono non meno di quanto temono
                    Dio».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter45">
        <p>Sul cap. 45</p>
        <p>[1] Non mi risulta che Federico III abbia mai giurato, se
                    non nella città di Aquisgrana, nel territorio dei Belgi, e quando fu incoronato
                    a Roma; e mantenne costantemente il giuramento. Avendo promesso solennemente di
                    non alienare in alcun modo i beni dell’impero, e ora l’uno, ora l’altro glieli
                    chiedeva, preferì negare apparendo avaro, piuttosto che concedere e risultare
                    spergiuro. [2] Per questo motivo si oppose a lungo alla
                    richiesta del marchese Borso d’Este di ottenere il ducato di Modena, finché non
                    gli si dimostrò che la concessione di quel ducato, con un tributo annuale,
                    sarebbe risultata più un guadagno che un’alienazione, soprattutto considerando
                    che Modena e Reggio non erano in suo potere. A convincerlo, in particolare,
                    fummo proprio noi.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter46">
        <p>Sul cap. 46</p>
        <p>[1] Un cittadino di Praga prestò all’imperatore Carlo IV
                    centomila pezzi d’oro, ricevendone in cambio una ricevuta, e il giorno dopo lo
                    invitò a pranzo. Estese l’invito anche ad alcuni principi e preparò un banchetto
                    sontuoso alla maniera boema. [2] Giunti al momento della
                    frutta e del formaggio (poiché non sono abituati ai dolci di zucchero), fece
                    portare la ricevuta su un piatto d’oro, destando stupore tra i commensali, che
                    si chiedevano cosa volesse significare. [3] E disse:
                    «Cesare, gli altri piatti sono stati gli stessi per te e gli altri nobili, ma
                    questo è solo per te. Ti dono tutto l’oro che ti ho prestato ieri e ti libero
                    dal debito».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter47">
        <p>Sul cap. 47</p>
        <p>[1] L’erisipela, il fuoco “sacro”, stava consumando un dito
                    del piede dell’imperatore Sigismondo, e si temeva che potesse propagarsi. [2] I medici consigliarono di amputare il dito:
                    l’imperatore acconsentì e rimase immobile e imperturbabile a guardare il bisturi
                    del chirurgo, come se stessero operando un altro.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter48">
        <p>Sul cap. 48</p>
        <p>[1] In Boemia, dove ci sono molte pianure e pochi
                    avvallamenti, la fanteria e la cavalleria vengono protette in cerchio da carri.
                    Dentro questi carri, come se stessero dietro le mura, si dispongono soldati
                    pronti a colpire il nemico con armi da getto. [2] Quando la
                    battaglia ha inizio, i carri si dispongono come due ali, che si allungano a
                    seconda del numero dei soldati e delle necessità del luogo; sul retro e sui
                    fianchi rimangono coperti, e si combatte sul fronte, mentre i conducenti
                    avanzano con prudenza, cercando di circondare e chiudere le fila nemiche. Così
                    facendo, la vittoria è quasi certa, poiché il nemico è colpito da ogni lato. [3] La schiera dei carri è tale da potersi aprire, su
                    ordine del comandante, quando e dove voglia: sia per la fuga sia per
                    l’inseguimento dei nemici, se la situazione lo richiede.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter49">
        <p>Sul cap. 49</p>
        <p>[1] Sebbene Alfonso potesse affermare di essere sciolto dal
                    patto, per colpa di chi lo aveva violato, tuttavia, memore della propria
                    costanza e dei benefici ricevuti, volle mantenere fede agli accordi stipulati.
                        [2] Lo stesso sperano ora da lui i Senesi: anche se i
                    benefici ricevuti dai Senesi non sono comparabili con quelli ricevuti da
                    Filippo, uguale a quella verso Filippo è la costanza del re verso di loro. [3] Se, d’altra parte, in qualche modo si troverà che i
                    Senesi hanno violato il patto, cosa che non crediamo, ciò sarà forse dovuto a
                    ignoranza, non certo a malizia.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter50">
        <p>Sul cap. 50</p>
        <p>[1] Come fosse Alfonso da giovane è ora mostrato dalla sua
                    età matura. Più di una volta lo abbiamo visto inseguire le fiere col suo veloce
                    destriero, scagliare lance ora contro cinghiali ora contro cervi, e abbatterli
                    con la sua stessa mano. [2] Ammiriamo nelle azioni di un
                    così grande re il vigore più che la prudenza. Non sia mai che la sua vita, in
                    cui risiede la vita di tanti popoli, venga esposta a pericoli senza grave
                    necessità.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter51">
        <p>Sul cap. 51</p>
        <p>[1] Questa orazione è degna di un grande re e dello stesso
                    Alfonso: qui è il dito di Dio. Infatti, queste parole, questi sentimenti, questa
                    mente non sarebbero possibili se non fossero ispirati dallo Spirito Santo.
                    Questo discorso è stato pronunciato e portato fino a noi in Germania. Non può
                    essere negato ciò che è stato detto. [2] Con eleganza il re
                    ricorda tre grandi benefici ricevuti da Dio: che è stato creato da lui non
                    bestia, ma un uomo capace di ragionare; non un uomo qualsiasi, ma uomo
                    cristiano; non un cristiano qualsiasi, ma un re cristiano. [3] La modestia gli ha impedito di rammentare che non è stato reso da
                    Dio un qualsiasi re, ma il più potente e saggio tra i re d’Europa, cosa che nel
                    nostro secolo è senza precedenti: re e filosofo. [4] Ma
                    poiché è onesta e lodevole questa promessa se viene mantenuta, allo stesso modo
                    è vergognosa e biasimevole se viene trascurata. [5] Per
                    realizzare tale impresa, è necessaria la pace dell’Etruria, che, essendo
                    turbata, tiene sospesa tutta l’Italia. Nessuno dubita che il potere e l’arbitrio
                    di pacificare spettino ad Alfonso. [6] Quindi persuadilo,
                    Antonio, persuadetelo tutti voi a cui le orecchie del re prestano ascolto a
                    restituire la pace alla Toscana abbandonando il Piccinino. [7] Così, prese le armi contro i Turchi, potrà difendere e ampliare il
                    nome cristiano, così come è stato detto da lui.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter52">
        <p>Sul Trionfo</p>
        <p>[1] Quando Alfonso sarà tornato, dopo aver sottomesso i
                    Turchi liberando Bisanzio, e avrà riportato le spoglie cruente e il capo del
                    nefando Maometto, quale carro trionfale gli predisporrà l’Italia, quali
                    ringraziamenti gli offrirà la Chiesa, quali festeggiamenti gli organizzerà tutta
                    la società cristiana! [2] Verranno a Roma i re del
                    Settentrione e dell’Occidente per salutare il grande condottiero, salvatore
                    della repubblica cristiana, che torna vincitore. I cardinali e tutti i vescovi
                    delle Chiese e i magistrati dell’Urbe, uscendo fuori le mura per un lungo
                    tratto, gli andranno incontro portando le sacre insegne. [3] I Quiriti gli manterranno le redini e saranno gettati a terra la
                    porpora e l’ostro perché li calpesti. Le nobili matrone e le vergini gli
                    lanceranno dai tetti rose e gigli, accomodando sul suo sacro capo corone di
                    variopinti fiori. [4] Egli stesso dall’alto suo carro
                    lancerà monete d’oro alla folla, in ogni piazza e in ogni trivio in cui si
                    fermerà tutto il popolo predisporrà nuovi spettacoli festosi e lo acclamerà
                    augurando al vincitore vita e gloria. [5] E così trionfando
                    sarà condotto non nel tempio capitolino del falso Giove, ma nella basilica di
                    san Pietro, principe degli apostoli. Lì trovando il pontefice, Callisto III,
                    vero vicario di Cristo e detentore delle chiavi del regno eterno, e ricevendo da
                    lui l’alta benedizione, lo abbraccerà e lo bacerà come un anziano padre, e
                    entrerà con lui nei recessi più interni del palazzo, dove discorreranno a lungo
                    della recente vittoria e delle cose della Spagna. [6]
                    Allora, Antonio, la tua musa quasi risuonerà dagli alti penetrali: tu comporrai
                    poemi e Bartolomeo Facio scriverà storie, e donerete immortalità al re mortale.
                        [7] Anche noi, per conto nostro, se ci sarà consentito
                    gracchiare come cornacchie tra cigni, troveremo qualcosa da tramandare ai
                    posteri su un re tanto grande.</p>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>