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        <title>Enea Silvio vescovo di Siena - Traduzione del Commentario - Libro
                    III</title>
        <author>Enea Silvio Piccolomini</author>
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          <name>Raffaella Notari</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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        <publisher>BUP - FedOA</publisher>
        <pubPlace>Napoli - Potenza</pubPlace>
        <date>2025</date>
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        <date>1456-04-22</date>
      </docDate>
      <div type="chapter" xml:id="chapter00">
        <p>Sul Proemio</p>
        <p>[1] Joan de Hijar nega che Alfonso sia filosofo, perché è
                    re. Io, proprio per questo, invece, affermo che è filosofo, perché guida un
                    regno. [2] Infatti, a mio parere, bisogna considerare
                    filosofi non coloro che dicono cosa fare, ma coloro che fanno ciò che si dice,
                    coloro che, pur potendo peccare, non peccano, e, così come dici di Alfonso,
                    impongono un freno alla loro licenza in ogni cosa: la stessa necessità genera
                    astinenza nella vita privata.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter01">
        <p>Sul cap. 1</p>
        <p>[1] A Giuliano Cesarini, cardinale di Sant’Angelo, che
                    partecipò al concilio di Basilea, mentre leggeva i libri degli antichi, Oddone
                    de Varis disse: «Perché ti nascondi tra i morti? Vieni tra noi, che siamo
                    vivi!». Ed egli rispose: «Essi, piuttosto, vivono per fama. Tu, invece, non sei
                    vivo né di nome, né di fatto, ma trascorri la vita come le bestie».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter02">
        <p>Sul cap. 2</p>
        <p>[1] Quando l’imperatore Federico chiamò i senatori alla
                    corte, disse: «Magari i miei consiglieri potessero lasciare due cose nell’atrio
                    del palazzo! In questo modo, anche loro potrebbero dare buoni consigli e sarebbe
                    facile per me giudicare tra i consigli». Quando gli fu chiesto quali fossero
                    queste cose, rispose: «Simulazione e dissimulazione».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter03">
        <p>Sul cap. 3</p>
        <p>[1] Poiché l’imperatore Sigismondo disse a un soldato
                    veterano che gli chiedeva di mantenere le promesse: «Ma la tua richiesta è stata
                    eccessiva», il soldato rispose: «Conservando l’onestà, avresti potuto rifiutare
                    quando feci la richiesta, ma ora non puoi più rifiutare ciò che hai promesso
                    senza vergogna». Allora Sigismondo disse: «Se devo scegliere una delle due cose,
                    sopporterò più facilmente di perdere la mia reputazione che i miei beni».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter04">
        <p>Sul cap. 4</p>
        <p>[1] Ladislao il Postumo, re d’Ungheria e di Boemia, sebbene
                    ancora bambino, quando fu a Roma disse di non sembrargli che vi fossero uomini
                    che ignorassero le lettere.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter05">
        <p>Sul cap. 5</p>
        <p>[1] Siccome a Barbara, che fu moglie dell’imperatore
                    Sigismondo, e che gli sopravvisse come vedova dopo la sua morte, qualcuno disse
                    di imitare l’esempio della tortora, che mantiene in perpetuo la castità dopo la
                    morte del suo compagno: «Se mi chiedi – disse – di imitare gli uccelli, che non
                    hanno ragione, perché non suggerisci piuttosto le colombe e i passeri?».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter06">
        <p>Sul cap. 6</p>
        <p>[1] Tornato a casa dalla corte imperiale, dove aveva
                    trascorso molto tempo, Gregorio di Amburgo, che era il più grande esperto di
                    diritto e di eloquenza tra tutti i Tedeschi, incontrò un amico non lontano da
                    Norimberga, che gli disse che sua moglie stava bene: «Se mia moglie è viva –
                    disse Gregorio – io sono morto».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter07">
        <p>Sul cap. 7</p>
        <p>[1] Ottacaro re di Boemia, quando gli vennero riferiti
                    sinistri pettegolezzi sulla castità della moglie, disse: «È legge della natura,
                    questa: chi fa le corna, non deve rifiutarsi di portarle».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter08">
        <p>Sul cap. 8</p>
        <p>[1] Giovanni di Váradi, vescovo e cancelliere del regno
                    d’Ungheria, secondo a nessuno tra i cittadini del regno per eleganza di modi e
                    conoscenza delle lettere, quando vide che le prefetture delle città e delle
                    province erano affidate a uomini nuovi e sconosciuti, disse: «Fra un anno
                    vedremo se la scelta del re è stata buona. Se mi avesse dato fiducia, avrei
                    selezionato quelli già esperti di questi incarichi, non quelli vanno ancora
                    sperimentati».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter09">
        <p>Sul cap. 9</p>
        <p>[1] A Ulrico de Rosis, potente per ricchezza e autorità tra
                    i nobili boemi, quando gli riferì che, in sua assenza, era morto il fratello e
                    Praga gli si era ribellata, rispose che il fratello aveva pagato il suo tributo
                    alla natura, mentre Praga, quanto più orgogliosamente intendeva liberarsi, tanto
                    più duramente sarebbe stata sconfitta.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter10">
        <p>Sul cap. 10</p>
        <p>[1] Chiliano, parassita del margravio Alberto, quando
                    qualcuno gli disse: «Perché ti fai passare per stupido quando sei
                    intelligente?», rispose: «Oh, come la fortuna mi tratta ingiustamente! Più cerco
                    di mostrarmi sciocco, più mi considerano prudente. Al contrario, mio figlio, che
                    cerca di sembrare saggio, è giudicato il più stupido di tutti».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter11">
        <p>Sul cap. 11</p>
        <p>[1] Credo che, quando inviò le sue Satire ad Alfonso, Filelfo avesse letto quanto gli antichi scrivono di
                    Teodosio II, che a Oppiano, il poeta che scriveva della natura dei pesci, donò
                    una moneta d’oro per ogni verso: perciò i suoi carmi sono chiamati aurei.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter12">
        <p>Sul cap. 12</p>
        <p>[1] Mentre l’imperatore Federico tornava in Austria
                    dall’Italia, venne a sapere che gli Austriaci avevano preso le armi e che, dopo
                    aver accolto alcuni soldati boemi, avevano intenzione di assediare Neustadt; per
                    questo motivo, tutti, compresi gli amici, suggerivano a Federico di non passare
                    per le montagne della Stiria, poiché non avrebbe avuto possibilità di fuggire,
                    una volta arrivato in Austria. [2] A ciò Federico rispose:
                    «Non mi sembra probabile che gli Austriaci cadano in tale perfidia da attaccare
                    il loro signore con l’esercito. E non sono di quelli che preferiscono fuggire,
                    invece di essere catturato o ucciso. Cosa vogliono? Che noi, contro la nostra
                    volontà, rinunciassimo alla tutela di Ladislao, ancora tenero fanciullo,
                    riconducendolo alla condizione di ostaggio, da cui l’abbiamo liberato? Se
                    continuano a chiedere ciò, butterò in mezzo ad Austriaci, Boemi e Ungheresi quel
                    pomo che, secondo il racconto, si contesero le tre dee Giunone, Venere e
                    Minerva».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter13">
        <p>Sul cap. 13</p>
        <p>[1] Riguardo a Pippo Spano Fiorentino, della famiglia degli
                    Scolari, che, avendo combattuto con fedeltà e successo in molte guerre,
                    dall’imperatore Sigismondo era stato innalzato tanto tra gli Ungheresi, che
                    tutti lo consideravano il secondo capo del suo regno, e molti persino il primo,
                    si racconta che Sigismondo avesse detto: «Se Pippo volesse, messomi in mano lo
                    scettro, mi vedrebbe uscire dai confini del regno da solo e nudo».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter14">
        <p>Sul cap. 14</p>
        <p>[1] Mentre l’imperatore Federico andava a Roma, seppe dai
                    comandanti, che aveva a Mautern, che Ulrico Eitzinger, il maggiore tra i nobili
                    dell’Austria per ricchezze e industria, aveva oltrepassato il Danubio e si
                    temeva che lì avesse colloqui segreti con i Moravi per organizzare una rivolta
                    in assenza del principe, e quindi, tornando, mettesse in catene Ulrico; [2] in risposta, l’imperatore disse loro che è pericoloso
                    mettere in prigione un uomo così illustre e potente, se non si ha il coraggio di
                    punire il colpevole o di liberare l’innocente; pertanto, non credeva che Ulrico,
                    poiché era il suo consigliere, fosse immemore del giuramento a lui prestato
                    prima che fosse dimostrato.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter15">
        <p>Sul cap. 15</p>
        <p>[1] Quando Federico imperatore educava Ladislao, re
                    d’Ungheria e di Boemia, non mancavano persone malvagie che suggerivano di
                    uccidere il ragazzo, la cui vita avrebbe causato grandi molestie all’imperatore,
                    mentre la morte gli avrebbe procurato regni e grandi ricchezze. [2] Rispondendo, Federico disse: «Quindi volete che io sia un re
                    ricco, piuttosto che giusto e pio. Ma io preferisco un buon nome a tutte le
                    ricchezze».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter16">
        <p>Sul cap. 16</p>
        <p>[1] Lo spagnolo Giovanni, cardinale di Sant’Angelo, quando
                    si recò in Austria come legato apostolico e venne a sapere delle entrate e delle
                    spese dell’imperatore Federico, osservò: «Si diceva – affermò – che Federico
                    fosse troppo parsimonioso. Ma, a mio giudizio, è molto generoso, poiché adegua
                    le spese alle sue possibilità». D’altronde, Sigismondo e Alberto, che regnarono
                    prima di lui su regni ricchissimi come Boemia e Ungheria, furono principi quasi
                    prodighi, la cui generosità oscura quella di Federico.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter17">
        <p>Sul cap. 17</p>
        <p>[1] Quando l’imperatore Sigismondo dichiarò di odiare gli
                    adulatori come una peste, Brunorio di Verona rispose: «Anzi, non c’è categoria
                    di persone che ami di più. Altrimenti, quale potere avrebbero presso di te
                    Mathko Bonus, Lorenzo Palatino, Ursacius Michael, Kaspar Schlick, se non
                    avessero guadagnato il tuo favore adulandoti?», Sigismondo replicò: «Hai
                    ragione, Brunorio. È una verità di natura: più si dice di evitare gli adulatori,
                    più vi si rimane attaccati. E nemmeno tu saresti rimasto con me tanto a lungo,
                    se non avessi imparato a blandire il mio carattere».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter18">
        <p>Sul cap. 18</p>
        <p>[1] Un predicatore dell’ordine dei Minori, a Vienna, notò
                    che l’imperatore Alberto, padre di Ladislao, si era addormentato durante il suo
                    sermone. Allora, alzando la voce, esclamò: «Chiedo a voi presenti: i principi
                    possono salvarsi?» E, dopo aver reso la questione incerta e molto difficile,
                    vedendo il re ormai sveglio e molto attento, concluse: «State tranquilli, state
                    tranquilli. Se i principi muoiono battezzati o da bambini, la loro salvezza non
                    è disperata».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter19">
        <p>Sul cap. 19</p>
        <p>[1] La Toscana, oppressa dalle guerre, si dibatte come in
                    travaglio, e implora dal re la cintura della santa Ferma. Nessun altro potrebbe
                    concederle la salvezza.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter20">
        <p>Sul cap. 20</p>
        <p>[1] Federico, duca d’Austria e figlio dell’imperatore
                    Alberto, in procinto di affrontare Ludovico di Baviera, che gli contendeva
                    l’impero, pur sapendo che i margravi del Brandeburgo si erano alleati col
                    nemico, versò loro comunque il denaro promesso, preferendo che fossero loro a
                    essere accusati di aver violato i patti, non lui.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter21">
        <p>Sul cap. 21</p>
        <p>[1] Quando Sigismondo, che spesso è stato menzionato, prese
                    in moglie Maria, regina d’Ungheria, fu convocato un grande parlamento degli
                    abitanti del regno a Buda. Durante quel parlamento, la regina denunciò il
                    tradimento di alcuni tirannelli che avevano cercato di spogliarla del regno. [2] Sigismondo, esaminata e giudicata la questione insieme
                    ai giudici del regno, fece decapitare trentadue di quei ribelli, azione che gli
                    causò in seguito difficoltà e problemi in gran numero.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter22">
        <p>Sul cap. 22</p>
        <p>[1] Tra Giovanni, padre di Carlo IV, ed Enrico, duca di
                    Carinzia, si protrasse una lunga e difficile contesa per il regno di Boemia,
                    durante la quale un tale venne segretamente da Giovanni a offrirgli di
                    avvelenare il suo nemico dietro compenso. [2] Giovanni
                    rispose: «Se tu avessi ucciso Enrico senza che io lo sapessi e fossi venuto da
                    me, avresti avuto una punizione come compenso, per esserti macchiato le mani di
                    sangue reale. Invece, pretendi che io sia complice di un crimine così
                    grave».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter23">
        <p>Sul cap. 23</p>
        <p>[1] Žižka, un Boemo nato da umili origini, dotato di grande
                    forza fisica e spirituale ma di animo perverso, guidò gli eretici Hussiti in
                    molte battaglie contro i fedeli che ancora resistevano. Aveva perso un occhio
                    durante l’infanzia e l’altro durante l’assedio di un castello. Nonostante fosse
                    cieco, non rinunciò al comando, e grandi eserciti lo seguirono, infliggendo
                    gravi sconfitte non solo ai Boemi ma anche ai Tedeschi. [2]
                    Sul letto di morte, alla domanda su cosa fare del suo corpo, rispose:
                    «Scuoiatemi. Lasciate la carcassa alle bestie e fate con la mia pelle un tamburo
                    da usare in battaglia: come i nemici mi hanno temuto, allo stesso modo non ne
                    sopporteranno il suono».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter24">
        <p>Sul cap. 24</p>
        <p>[1] Astorgio di Faenza insegna quanto poco affidamento si
                    possa fare tanto su Piccinino quanto sugli altri comandanti di eserciti che
                    l’Italia alleva.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter25">
        <p>Sul cap. 25</p>
        <p>[1] Sebbene io ascolti volentieri tutto ciò che racconti
                    riguardo ad azioni o parole di Alfonso, nessuna accolgo con più piacere nel mio
                    animo quanto quella risposta, quasi divina, data a Lluís Despuig, che un re
                    concede la pace, non la vende. Anche noi siamo venuti qui per chiedere la pace,
                    non per comprarla.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter26">
        <p>Sul cap. 26</p>
        <p>[1] Alfonso deve molto a Filippo, ma di più a Cristo. Per
                    Filippo decise di intraprendere una guerra contro i Veneziani. Perché allora non
                    prende le armi per Cristo contro i Turchi? I Turchi sono più pericolosi dei
                    Veneziani, e Cristo è molto più grande di Maometto.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter27">
        <p>Sul cap. 27</p>
        <p>[1] Al senese Mariano Sozino, esperto nell’uno e nell’altro
                    diritto, fu chiesto un giorno perché si dedicasse meno del solito agli studi
                    letterari. Egli rispose: «Ho preso moglie». [2] Interrogato
                    di nuovo sul motivo per cui Socrate, dopo essersi sposato, non aveva trascurato
                    gli studi filosofici, disse: «Santippe era bisbetica e, a quanto credo, di
                    aspetto poco gradevole, mentre mia moglie è virtuosa e non priva di
                    bellezza».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter28">
        <p>Sul cap. 28</p>
        <p>[1] Il senese Memmo Agazzari, che fu vescovo di Grosseto,
                    prima di ricevere quell’incarico si imbatté in Pietro di Montalcino, un
                    astronomo di buona fama, che, afflitto dalla podagra, lo trattenne a lungo
                    raccontandogli una cosa dopo l’altra. Quando Memmo vide passare un conoscente,
                    disse: «Ascolta tu questo podagroso, perché le mie orecchie ormai si sono
                    intorpidite a forza di sentirlo».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter29">
        <p>Sul cap. 29</p>
        <p>[1] Durante l’assedio di Praga, i capi della città, che
                    odiavano Sigismondo, istigavano abilmente il popolo a lanciare contro di lui
                    insulti osceni e provocatori. Speravano, infatti che, così facendo,
                    l’imperatore, irritato, avrebbe minacciato torture o punizioni esemplari, e i
                    cittadini, terrorizzati, avrebbero affrontato con più costanza le fatiche
                    dell’assedio. Ma l’imperatore, comprendendo l’intento, fece proclamare da un
                    banditore l’impunità per tutti gli insulti ricevuti.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter30">
        <p>Sul cap. 30</p>
        <p>[1] Si presentò all’imperatore Rodolfo una persona che
                    prometteva di uccidere Ottocaro, re di Boemia, durante una battuta di caccia, a
                    condizione che gli fosse garantita una ricompensa. [2]
                    Rodolfo rispose: «Sebbene Ottocaro sia nostro nemico e lo odiamo, questo non ci
                    porterà mai a superare i limiti della giustizia e della moderazione».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter31">
        <p>Sul cap. 31</p>
        <p>[1] «Tra i filosofi – disse Ugo Senese – trovo molte
                    eresie, che si potrebbero facilmente cancellare se ci si mettesse d’accordo sul
                    significato effettivo delle parole».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter32">
        <p>Sul cap. 32</p>
        <p>[1] Alberto, duca d’Austria, prima di assumere il titolo di
                    imperatore romano, scatenò una feroce persecuzione contro gli Ebrei, ordinando
                    che tutti quelli sotto la sua giurisdizione fossero uccisi se non si fossero
                    convertiti alla fede in Cristo e nell’unico vero Dio. [2]
                    Molti, spaventati, accettarono il battesimo. Tra loro vi era uno che Federico,
                    prima di diventare imperatore, accolse nella sua dimora e amò come un fratello,
                    poiché erano coetanei. [3] Questi, anni dopo, mosso dal
                    pentimento, dichiarò di voler tornare alla fede ebraica. Federico tentò di
                    dissuaderlo dal lasciare la via della vita, ma le sue parole non ebbero effetto.
                    Chiamò allora i teologi della scuola di Vienna perché istruissero il giovane,
                    aggiungendo preghiere, lacrime, promesse e minacce. Tuttavia, quando si rese
                    conto che i suoi sforzi erano vani, sacrificò con riluttanza l’affetto fraterno
                    a un sentimento di pietà religiosa. Con grande dolore consegnò il giovane al
                    tribunale. [4] Condotto al supplizio, quello, senza essere
                    legato – così come aveva richiesto – si lanciò intrepido tra le fiamme,
                    intonando un canto ebraico, e cantando, morì sul rogo.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter33">
        <p>Sul cap. 33</p>
        <p>[1] Il boemo Žižka, ordinò che non gli fosse portata
                    nessuna preda dai luoghi conquistati, eccetto che tele di ragno: così infatti
                    chiamava i prosciutti e le carni salate appese ai soffitti delle case
                    rustiche.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter34">
        <p>Sul cap. 34</p>
        <p>[1] San Bernardino da Siena affermò che il prestito a
                    interesse poteva essere praticato senza peccato: «Qualora il denaro venga dato a
                    chi non sia in grado di restituire nemmeno il capitale».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter35">
        <p>Sul cap. 35</p>
        <p>[1] Nel quarantaseiesimo anno precedente, tra l’ordine di
                    Santa Maria dei Teutonici e il re di Polonia Ladislao nacque una disputa sui
                    confini del regno, ed entrambe le parti radunarono grandi eserciti. Tuttavia, i
                    Prussiani, esultanti sia per il numero dei loro soldati sia per la ferocia del
                    loro animo, inviarono tramite un araldo due spade al re, perché ne scegliesse
                    una per combattere. [2] Egli, mentre offriva sacrifici al
                    suo Dio con il fratello Vitoldo, udendo il messaggero, disse: «Non rifiuto
                    l’insegna della battaglia». Consacrando la spada scelta, la cinse e, avendo dato
                    ordine di combattere, mandò avanti i Lituani, venuti in suo soccorso. Dopo il
                    loro massacro, i Prussiani furono anch’essi abbattuti dai Polacchi sopraggiunti.
                        [3] Alla fine della giornata la vittoria fu del re;
                    quattrocento cavalieri dell’Ordine, compreso il Gran Maestro, perirono, e molti
                    soldati furono uccisi, mentre i sopravvissuti furono catturati. Tutta la
                    Prussia, tranne la città di Marienburg, passò ai Polacchi.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter36">
        <p>Sul cap. 36</p>
        <p>[1] Quando il Palatino Lorenzo d’Ungheria criticò l’agire
                    dell’imperatore Sigismondo perché concedeva la vita e i beni ai nemici sconfitti
                    e addirittura li accoglieva come amici, Sigismondo rispose: «A te sembra utile
                    uccidere il nemico, poiché un morto non suscita guerre. Ma io uccido il nemico
                    risparmiandolo e ne faccio un amico alzandolo in piedi».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter37">
        <p>Sul cap. 37</p>
        <p>[1] Durante la lunga guerra contro i Boemi, che il duca
                    Alberto d’Austria condusse prima di diventare imperatore, gli fu chiesto chi
                    intendesse porre al comando delle truppe. Rispose: «Se cercate un altro
                    comandante dell’esercito, mi chiamate invano duca, che significa
                    condottiero».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter38">
        <p>Sul cap. 38</p>
        <p>[1] Luigi duca di Baviera, imprigionato da Enrico, principe
                    della stessa famiglia, non si alzò mai in piedi né annuì con il capo quando
                    quello lo visitava, né acconsentì a nulla di ciò che gli veniva chiesto o
                    proposto. Mantenne, da prigioniero, lo stesso volto e la stessa austerità di
                    comportamento che aveva quando era libero.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter39">
        <p>Sul cap. 39</p>
        <p>[1] I nobili ungheresi, congiurando contro Sigismondo,
                    irruppero armati nella reggia per catturarlo o ucciderlo, qualora non
                    riuscissero a prenderlo vivo. [2] Egli, riconosciutoli, si
                    fece avanti con un pugnale in mano e disse: «Chi di voi oserà alzare la mano
                    contro di me? Che cosa ho fatto per essere ucciso, io vostro re? Si faccia
                    avanti chi ha coraggio e si misuri con me da solo». Colpiti dalla sua voce e
                    audacia, i congiurati si ritirarono, ciascuno temendo per sé.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter40">
        <p>Sul cap. 40</p>
        <p>[1] Nella guerra che sei anni fa Alberto, margravio di
                    Brandeburgo, combatté con grande accanimento contro i Norimberghesi, Gravenburg
                    fu da lui assediata con grande forza. Questa cittadina si trova in una valle, a
                    ventiquattro miglia da Norimberga, ed è protetta da mura e fossati, con
                    cinquecento soldati a presidio oltre agli abitanti. [2]
                    L’assedio fu avviato in quattro punti diversi. Alberto scelse per sé la parte
                    della città dove le mura erano più alte e il fossato più profondo. Durante
                    l’assalto, quando la città fu conquistata, egli stesso fu il secondo a salire
                    sulle mura e il primo a entrare in città. [3] Circondato
                    dagli abitanti, resistette combattendo a lungo, nonostante molti si scagliassero
                    contro di lui, finché altri soldati, superate le loro sezioni di mura, non
                    accorsero in suo aiuto. La città fu catturata e saccheggiata, ma non fu inflitta
                    alcuna violenza alle donne, poiché tra i Tedeschi tale comportamento è
                    considerato un crimine imperdonabile.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter41">
        <p>Sul cap. 41</p>
        <p>[1] Iodoco, margravio di Moravia, visitò suo zio Venceslao,
                    re di Boemia e dei Romani. Quest’ultimo lo convocò nella parte più interna della
                    sua dimora e gli disse: «Sebbene sappia bene che non compete alla mia dignità,
                    dal momento che gli elettori dell’impero mi hanno destituito dalla guida dei
                    Romani, mi conforta sapere che quest’onore non è uscito dalla nostra famiglia.
                    Accetto di buon grado che tu sia stato scelto come mio successore». [2] Iodoco, spaventato da tali parole, si inginocchiò
                    davanti al re e affermò di non essere responsabile, poiché era del tutto ignaro
                    di quelle cose. Venceslao lo rassicurò: «Non temere, nipote. Non abdico con
                    riluttanza, né, se volessi mantenere il potere, oserei violare i legami di
                    sangue. Abbi fiducia e accetta il regno che ti è stato affidato; usa come
                    desideri gli uomini, le armi e le risorse del mio regno». Dopo averlo confortato
                    e caricato di doni, lo congedò. Tuttavia, Iodoco sopravvisse solo sei mesi,
                    lasciando il posto a Roberto di Baviera sul trono imperiale.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter42">
        <p>Sul cap. 42</p>
        <p>[1] Quando la Chiesa cattolica fu divisa – poiché tre
                    contendenti si disputavano il papato romano: Pietro di Luna, Baldassarre Cossa e
                    Angelo Corario – l’imperatore Sigismondo organizzò un concilio generale a
                    Costanza degli Svevi, come la chiamiamo noi. Viaggiò instancabilmente in Italia,
                    Francia e Spagna per portare tutte le nazioni al consenso su un unico papa. Con
                    la rinuncia di uno di loro, la pace fu restituita alla Chiesa. [2] Fu eletto papa Martino V, uomo prudente e amante della pace. Dei
                    tre contendenti, due furono dichiarati scismatici dal sacro sinodo, mentre il
                    terzo rinunciò spontaneamente al pontificato.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter43">
        <p>Sul cap. 43</p>
        <p>[1] Per salvare la vita di un singolo soldato, Alfonso si
                    gettò in un fiume impetuoso, rischiando la propria vita per evitarne la perdita.
                    Perché dunque non dovrebbe prendersi cura del popolo senese e difendere la
                    libertà e le fortune di una città tanto amica?</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter44">
        <p>Sul cap. 44</p>
        <p>[1] Sigismondo, catturato dagli Ungheresi, fu affidato a
                    due giovani di cognome Garai, il cui padre era stato condannato a morte per suo
                    volere, affinché lo custodissero in attesa di una decisione comune dei
                    cospiratori. Quando cercò invano di persuaderli a liberarlo, convocò la loro
                    madre vedova e le disse: «So, donna, quanto sia stata dolorosa per te la morte
                    di tuo marito e quanto tu mi sia ostile come responsabile di tale evento.
                    Tuttavia, giuro sugli dèi che acconsentii con riluttanza alla fine di un uomo
                    così eminente. Fu la regina ad accusarlo, e i nobili del regno pronunciarono la
                    sentenza di morte. [2] Io, ignaro delle vostre fazioni, ero
                    appena salito al trono. Quello che i regnanti decisero, mi sembrò necessario
                    eseguire. Anche ammettendo che abbia ordinato consapevolmente la morte di tuo
                    marito, non permettere che per questo tu ti opponga a me con l’ira dei tuoi
                    figli o di altri. Quale vantaggio avreste? Se mi uccideste, i miei fratelli e
                    amici vendicherebbero il mio sangue e l’Ungheria non rimarrebbe senza re. I re
                    temono gli esempi: nessuno che abbia versato sangue reale è gradito presso di
                    loro. [3] Tuttavia, se mi libererai, sposerò una delle
                    figlie di Ermanno, conte di Celje, tuo parente, e con il loro sostegno
                    riconquisterò il trono. Tratterò i tuoi figli con grande affetto e farò in modo
                    che tutta la tua discendenza tragga beneficio da questa decisione». [4] Convinta, la donna liberò il re. Sigismondo sposò
                    Barbara di Celje e, dopo aver sconfitto i ribelli, recuperò il trono, mantenendo
                    la promessa ed elevando i giovani Garai al di sopra di tutti i nobili. Tra i
                    loro discendenti vi fu Ladislao Ban, eminente per potere e autorità tra i nobili
                    d’Ungheria.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter45">
        <p>Sul cap. 45</p>
        <p>[1] L’Austria è una nobile provincia, ricca per la terra e
                    gli uomini, formata dal distacco di due regioni. Infatti, la parte che va dal
                    fiume Leita fino al fiume Enns apparteneva al territorio pannone, mentre quella
                    dall’Enns all’Inn al Norico. L’Inn, grande fiume che sgorga dalle Alpi d’Italia,
                    si unisce al Danubio presso la città di Passavia. Il Leita, piccolo fiume che
                    discende dai monti della Stiria, sfocia nel Danubio tra le città di Vienna e
                    Presburgo. [2] A nord di questa provincia confinano i Boemi
                    e i Moravi, a sud ci sono i monti della Stiria, a est gli Ungari e a ovest i
                    Bavari. Il Danubio, per tutta la sua lunghezza, l’attraversa nel mezzo. [3] In origine, fu governata da margravi, poi da duchi. La
                    stirpe ducale si estinse in una donna, che fu sposata da Ottocaro, re di Boemia,
                    più desideroso del regno che del matrimonio stesso, al punto che, mentre lei era
                    ancora in vita, prese in moglie un’altra donna proveniente dalla Polonia. [4] Tuttavia, quando Rodolfo imperatore dei Romani
                    rivendicò l’Austria – essendo venuti meno gli eredi maschi della stirpe dei
                    duchi – come devoluta all’impero, e non potendo arginare in altro modo il re di
                    Boemia, che aveva infranto ogni accordo, decise infine di risolvere la disputa
                    con le armi. [5] La battaglia fu combattuta oltre il
                    Danubio: Ottocaro era sostenuto da Boemi, Misnensi, Polacchi e Ungari; Rodolfo
                    condusse l’impresa con Svevi, Franconi, Austriaci e Stiriensi uniti in alleanza.
                    Le forze avversarie superavano di gran lunga le sue per numero, ma i soldati di
                    Rodolfo prevalsero per valore. In quella battaglia furono compiute grandi
                    stragi, e Ottocaro fu ucciso. Rodolfo ordinò che fosse sepolto con onore. [6] In seguito concesse il ducato d’Austria a suo figlio
                    Alberto, il maggiore, da cui ebbero origine coloro che oggi possiedono
                    l’Austria: Federico, Ladislao, Alberto, Sigismondo. [7] In
                    quello scontro, poiché l’esercito soffriva la sete, si narra che un contadino,
                    che stava portando da bere ai mietitori, avesse recato un’anfora colma di sidro
                    e l’avesse offerta all’imperatore. Ma lui, vedendola, disse: «Restituite il
                    recipiente al suo padrone: io avevo sete per l’esercito, non per me stesso».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter46">
        <p>Sul cap. 46</p>
        <p>[1] Alberto, margravio di Brandeburgo, teneva prigioniero
                    Ludovico il Vecchio, duca di Baviera, e gli chiese non poche cose. Poiché lui
                    rifiutava, minacciava di consegnarlo nelle mani di un principe duro e a lui
                    ostilissimo. [2] Allora Ludovico disse: «Ciò che avresti
                    potuto ottenere da me in libertà, puoi ottenerlo anche ora che sono prigioniero.
                    Se pretendi qualcosa in più, sappi che il mio corpo è in tuo potere, ma il mio
                    spirito non ti sarà mai soggetto».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter47">
        <p>Sui capp. 47-48</p>
        <p>[1] Trovandomi a Calais, in territorio dei Morini, da cui
                    si dice vi sia la via più breve per l’isola d’Inghilterra, seppi, per voce di
                    Niccolò Albergati, cardinale di Santa Croce, uomo santissimo, che Filippo duca
                    di Borgogna, prima schierato con gli Inglesi, aveva fatto atto di sottomissione
                    al re di Francia. [2] Quando lo venne a sapere il
                    governatore del luogo, ordinò subito che io, segretario di quel cardinale, fossi
                    trattenuto: tale circostanza mi avrebbe arrecato gravi danni, se il cardinale di
                    Winchester, che mi conosceva, non avesse subito ordinato il mio rilascio.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter49">
        <p>Sul cap. 49</p>
        <p>[1] Federico il Vecchio, duca d’Austria, zio
                    dell’imperatore Federico, spesso, mutati gli abiti, si aggirava da solo fra i
                    contadini, e, arando e svolgendo vari lavori dei campi dietro compenso,
                    conversava con loro di sé stesso e dei suoi cortigiani. [2]
                    Interrogato sul motivo di tale comportamento, rispose: «Non potrei in alcun
                    altro modo sentire la verità su di me».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter50">
        <p>Sul cap. 50</p>
        <p>[1] Tra le imprese del re, questa è la più grande e
                    illustre, e Dio non abbandona mai chi confida in Lui. [2]
                    Enrico, re d’Inghilterra, padre dell’attuale sovrano, una volta accerchiato
                    dall’esercito del re di Francia, offrì di rinunciare a tutti i territori
                    conquistati in Francia, purché gli fosse permesso di allontanarsi indenne con i
                    suoi uomini. [3] Poiché i Francesi non accettarono, quella
                    notte, convocati tutti i comandanti, disse: «Compagni, non possiamo né fuggire
                    né ottenere pace dai nemici, nemmeno offrendoci di rinunciare al regno di
                    Francia. Solo le armi ci possono proteggere. Non c’è motivo di temere un
                    esercito numeroso: un Dio giusto aiuterà una causa giusta. Andate, confessatevi
                    l’un l’altro i vostri peccati e, per ricordare il sacramento dell’eucarestia del
                    Salvatore, porgetevi l’un l’altro un po’ di terra. Domani il Signore ci libererà
                    dalle mani dei nemici». [4] Così, sciolta l’assemblea,
                    diede ordine ai soldati di riposare dopo aver fatto ciò che egli aveva
                    comandato. Il giorno seguente, allo spuntar della luce, iniziò la battaglia.
                    Incredibile a dirsi: ottomila dei suoi misero in fuga sessantamila nemici; ne fu
                    uccisa una grande moltitudine, la quasi totalità della nobiltà francese fu
                    catturata e soltanto in pochi si salvarono con la fuga. Proprio quel giorno
                    fiaccò in modo decisivo la potenza dei Francesi.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter51">
        <p>Sul cap. 51</p>
        <p>[1] Si racconta che, mentre si trovava in Toscana, Ferrante
                    osservasse con scrupolo i comandi paterni, guadagnandosi l’ammirazione dei suoi
                    alleati in modo straordinario. Perfino i nemici, sebbene lo temessero, non
                    potevano fare a meno di amarlo. Ma quale cambiamento è quello che è nella mano
                    dell’Altissimo! I Veneziani, che egli definiva carissimi e amici, non furono più
                    benvoluti, mentre i Fiorentini, contro i quali era stato inviato l’esercito,
                    furono accolti in amicizia. [2] Ricordo qui le parole che
                    Girolamo scrive a Rufino: «L’amicizia che può finire non è mai stata vera».
                    Girolamo si ingannò nel pensare che Rufino gli sarebbe rimasto sempre fedele;
                    non c’è da stupirsi se anche l’opinione di Alfonso fu smentita dai fatti.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter52">
        <p>Sul cap. 52</p>
        <p>[1] Cicerone dice che tutta la filosofia non è altro che
                    una sorta di preparazione alla morte, e non sbaglia in questa sapiente
                    affermazione. Infatti, perché mai impariamo i precetti di una vita retta, se non
                    per sapere come morire bene? La nostra vita è come una commedia il cui ultimo
                    atto tratta della morte. [2] Nessun poeta è considerato
                    bravo se non spiega con saggezza tutti gli atti fino alla fine. Ma Dio ha agito
                    meglio con noi. Infatti, anche se tutta la nostra vita precedente è stata
                    misera, basterebbe, per conquistare il cielo e la beatitudine, affrontare la
                    morte con animo sereno e forte, e riconciliarci con Dio prima dell’ultimo
                    respiro. [3] Non ci contraddice sant’Agostino quando
                    afferma che è impossibile vivere male e morire bene, o che muore male chi ha
                    vissuto bene: egli distingue, infatti, la vita e la morte; ed è vero, perché da
                    morti non possiamo meritare più nulla. [4] Eppure noi
                    diciamo che si muore bene quando, proprio al termine della vita, si prova vera
                    contrizione e pentimento dei peccati, pur sapendo quanto ciò possa talvolta
                    ingannare. Ciononostante, è risaputo che perfino uomini che hanno vissuto a
                    lungo in modo santo sono morti disperando, e che altri, sebbene fossero stati
                    scelleratissimi, morirono in modo lodevole, avendo ottenuto negli ultimi istanti
                    la misericordia di Dio ottimo e santissimo. [5] Ma – mi
                    chiedo – quale preparazione alla morte così autentica e così efficace si trova
                    presso i filosofi, che possa uguagliare il conforto che, secondo quanto
                    racconti, Alfonso arrecò a Gabriele Sorrentino? Leggiamo in Plutarco, nel De bono mortis, che Socrate disquisiva di filosofia
                    mentre si apprestava a bere il veleno; ma è nulla in confronto ad Alfonso.
                    Dunque, nonostante Joan de Hijar lo neghi, Alfonso è filosofo.</p>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>