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        <title>Enea Silvio vescovo di Siena - Traduzione del Commentario - Libro II</title>
        <author>Enea Silvio Piccolomini</author>
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          <name>Raffaella Notari</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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        <publisher>BUP - FedOA</publisher>
        <pubPlace>Napoli - Potenza</pubPlace>
        <date>2025</date>
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        <date>1456-04-22</date>
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      <div type="chapter" xml:id="chapter00">
        <p>Sul proemio</p>
        <p>[1] Nessuno che conosca Alfonso potrebbe dire che tu,
                    Antonio, l’abbia adulato. Se tu dici che sono adulatori soltanto coloro che
                    esaltano al di là del vero le cose fatte e dette dai mortali, la tua operetta,
                    che pure è scritta in maniera assai elegante, di certo loda il re meno e non più
                    del dovuto. [2] E non me ne meraviglio: chi mai infatti
                    potrebbe raccontare in maniera sufficiente le egregie imprese di quel re, che ha
                    regnato, a giudizio di tutti, in maniera assai sapiente per quarant’anni? [3] Io, per esprimere la mia opinione sul re di cui tratti,
                    ritengo che sia necessario che chiunque regni, e chiunque regnerà in futuro,
                    guardi ad Alfonso come a uno specchio di virtù, se vogliono ottenere gloria per
                    sé e prospera pace per le proprie terre.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter01">
        <p>Sul cap. 1</p>
        <p>[1] Spesso ci furono aspre contese tra i fratelli
                    dell’Ordine di Santa Maria dei Teutonici e i re della Polonia riguardo ai
                    confini del regno. Il conflitto è stato risolto ed è stata stipulata una pace
                    con un trattato giurato e siglato, grazie all’intermediazione dell’imperatore
                    Sigismondo. [2] Da tre anni a questa parte cinquantacinque
                    città prussiane hanno iniziato a cospirare tra loro e a prendere empiamente le
                    armi contro i loro signori, e si ribellano tutte contro i fratelli. [3] Allora Casimiro re di Polonia, affermando che la
                    Prussia era parte del suo regno, venne a guerra coi fratelli, perdendo
                    l’occasione di gestire bene la questione. [4] La mitezza di
                    Alfonso è assai maggiore di quella del re barbaro, ma non minore è la perfidia
                    usata dal Piccinino contro i Senesi, che, afflitti da una guerra quinquennale,
                    non ha avuto timore di aggredire con le armi, benché fossero assai amici suoi e
                    di suo padre.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter02">
        <p>Sul cap. 2</p>
        <p>[1] Ho partecipato a questo matrimonio venendo dall’Austria
                    come ambasciatore dell’imperatore, e ho assolto all’incarico, sebbene i miei
                    colleghi Georg von Volckensdorf e Michael von Pfullendorf fossero contrari,
                    perché ritenevano che la dote promessa non fosse adeguata. [2] L’augusta Eleonora – così infatti la chiamiamo – nipote del re,
                    quest’anno ha generato un figlio, di nome Cristoforo: bimbo grazioso, assai
                    simile ad Alfonso nei lineamenti del volto, e volesse il cielo anche nei
                    costumi!</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter03">
        <p>Sul cap. 3</p>
        <p>[1] Ritengo che l’Africano maggiore, che si preoccupò del
                    pudore di una sola fanciulla, non sia stato abbastanza lodato da Livio, benché
                    sembri non aver omesso nulla nel celebrare quel fatto. [2]
                    Alfonso ha preservato intatte tutte le fanciulle e le donne di Marsiglia. E
                    anche quando ha espugnato quel castello nella regione del Volturno, che si
                    chiama “Ripa Malerantia” (?), si è comportato con la stessa moderazione. [3] Quali lodi immortali dedicheremo a questo sovrano, se
                    abbandonerà Piccinino, dal quale le fanciulle e le donne sposate, catturate in
                    guerra, subiscono oltraggio.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter04">
        <p>Sul cap. 4</p>
        <p>[1] Ratisbona, sul Danubio, in Baviera, è una città grande
                    e famosa. Qui, quando visitammo l’antica abbazia di Sant’Emmerano, l’abate che
                    la reggeva ci mostrò un corpo che era lì custodito, che a suo dire era di san
                    Dionigi Areopagita. [2] Quando gli dicemmo di aver visto
                    Dionigi a Parigi, ci mostrò una lettera di papa Leone, che testimoniava, se
                    ricordo bene, che un imperatore, un Enrico, poiché invidiava il re di Francia e
                    si trovava a Parigi, portò qui queste ossa dopo averle sottratte; il sommo
                    pontefice chiamava pio il furto dell’imperatore. [3] Noi
                    possiamo chiamare pia la spoliazione fatta dal re, con la quale san Luigi fu
                    portato da Marsiglia a Valenza.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter05">
        <p>Sul cap. 5</p>
        <p>[1] Qualche tempo fa in un’ambasceria incontrammo il re, e
                    si parlò di Filippo duca di Borgogna, perché aveva fatto voto di prendere le
                    armi contro i Turchi. Lodammo il coraggio del nobilissimo principe e chiedemmo
                    che cosa avrebbe fatto il re per difendere la religione. [2] Allora egli disse: «Se vivrò, il prossimo anno combatterò i Turchi
                    con la flotta in Grecia e in Asia. Alfonso, mio nipote da parte di mia sorella,
                    re del Portogallo, sarà con me, solcheremo il mare con più di quattrocento navi,
                    manderemo in terra nemica più di cinquantamila soldati: già le armi di ogni tipo
                    sono pronte. Abbiamo raccolto 75.000 moggi di frumento: abbiamo inviato trenta
                    navi da carico e nel porto ne hai vista una, che in mare non ce n’è mai stata
                    una più grande. Il proposito è buono, purché insieme con una vita ci sia anche
                    la buona salute». [3] Se il re rispetterà la sua promessa,
                    avrà visto armato tre parti del mondo, e avrà percorso in trionfo l’Europa,
                    l’Africa e l’Asia. Lo stesso fece un tempo anche Cesare, ma quello combattendo
                    contro la patria, questi, invece, in difesa sua, cioè della chiesa cattolica,
                    nella quale tutti con Cristo siamo nati a nuova vita.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter06">
        <p>Sul cap. 6</p>
        <p>[1] Novgorod è la città più grande della Rutenia, ricca
                    d’oro e argento. Non parlo di quei Ruteni dei quali Lucano dice: «i biondi
                    ruteni vengono liberati dal lungo presidio militare». È evidente infatti che
                    quelli abitassero in Gallia. [2] Questi, invece, hanno
                    sede, oltre la Germania, la Sarmazia e la Lituania, non lontano dalla fonte del
                    Tanai, fino a cui nessun condottiero romano si è mai spinto. [3] Nel mezzo della piazza principale della città c’è una pietra
                    quadrata, su cui il re, insieme a qualche altro presente, amministra la
                    giustizia per il popolo. Ma raramente il potere regio è rimasto per un anno a
                    uno solo: spesso nello stesso tempo hanno regnato in due o tre. Viene dal
                    popolo, infatti, colui che si ritiene abbastanza armato di alleanze, e mandando
                    via il re da quella pietra prende il suo posto, e subito viene acclamato come
                    re. Anch’egli subisce la stessa sorte, se qualcuno più forte si avventi contro
                    di lui, desideroso del regno. [4] È mirabile la diversità
                    dei luoghi: il settentrione disonora i suoi re, il Meridione non onora solo gli
                    stranieri, ma anche i nemici.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter07">
        <p>Sul cap. 7</p>
        <p>[1] L’imperatore Federico non beve mai vino se non a cena.
                    E a cena lo beve con grande moderazione, e miscelato con acqua. [2] Una volta, i medici cercavano di convincere Eleonora Augusta, che
                    mai ne aveva bevuto nella casa paterna, che in Germania, luogo freddo, se avesse
                    voluto diventare madre, avrebbe dovuto bere vino. [3]
                    Quando Federico lo seppe, mi chiamò e disse: «Va’ e di’ all’imperatrice che
                    preferisco una moglie sterile a una che beve vino. Per cui se mi ama, odierà il
                    vino». [4] A quella frase Eleonora disse: «Anche se per
                    ordine di mio marito, mi astengo tanto volentieri dal vino, che, se invece
                    l’imperatore me ne avesse comandato l’uso, avrei preferito morire che
                    partorire».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter08">
        <p>Sul cap. 8</p>
        <p>[1] C’è l’usanza che i re della Germania, che vengono
                    eletti imperatori, siano incoronati e unti nel territorio dei Belgi, nella città
                    di Aquisgrana. [2] Mentre Federico, già eletto, andava lì,
                    suo fratello Alberto, unite le sue forze con quelle del conte di Celje invase la
                    Carnia. Cinse d’assedio Labaco, fortezza importante e dotata di grandi difese,
                    attaccò Krainburg, minacciò Trieste di distruzione qualora non si consegnasse,
                    mandò altre truppe contro la Carinzia e la Stiria. [3] I
                    consiglieri più anziani che fra i primi erano stati scelti dal padre Ernesto, e
                    che erano fedeli, cercarono di persuadere Federico a preoccuparsi più del
                    patrimonio che dell’impero: «L’impero è un bene comune, e può esser curato in un
                    secondo momento, ma il patrimonio è un bene proprio destinato a essere
                    ereditato, e se non lo si protegge ora, è vano desiderare e fare in modo che
                    passi in eredità». [4] Al contrario Federico decise che del
                    bene comune dell’impero dovesse occuparsi direttamente, e lasciò quelli
                    ereditari e privati ai procuratori. E proseguendo sulla strada già intrapresa,
                    nominò i comandanti che badassero alla patria mentre lui era assente. [5] Quando tornò dall’incoronazione, trovò che il fratello
                    e i suoi compagni erano stati sconfitti, e convocatolo, immaginando che temesse
                    l’ospitalità e l’affetto del fratello tradito, lo accolse nuovamente nelle sue
                    grazie, e, quasi come se non avesse fatto nulla, lo pose nuovamente alla guida
                    di una parte del regno.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter09">
        <p>Sul cap. 9</p>
        <p>[1] Alberto Magno scrive d’aver visto a Padova una donna
                    che per quaranta giorni e quaranta notti non mangiò assolutamente nulla, e che
                    ciò non è contro natura in una donna debole e senza vigore. [2] In verità, quando Niccolò V era papa, dai più lontani territori
                    della Francia venne a Roma un prete, il quale affermava che da quattro anni non
                    aveva mai mangiato nulla e che aveva assaggiato qualcosa solo quando era stato
                    invitato dai vescovi, ritenendo un pericolo per il suo digiuno il fatto che
                    qualcuno lo invitasse per molti giorni. [3] Costui, mentre
                    era a Siena, disse al nostro Leonardo Benvolenti che si sarebbe recato presso la
                    curia romana, e che lì avrebbe sopportato il peccato senza morire. [4] Quando giunse a Roma, vi restò molti giorni, suscitò
                    l’ammirazione delle folle, come se fosse santo e caro a Dio. Infine, preso e
                    battuto con le verghe, fu cacciato: si sospettava infatti qualche
                    stregoneria.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter10">
        <p>Sul cap. 10</p>
        <p>[1] I conti di Württemberg in Germania hanno il dominio di
                    quasi tutta la Svevia. Benché non abbiano né il titolo né l’appellativo di
                    principi, tuttavia sono più potenti di molti altri, e sono ritenuti insolenti e
                    disonesti, perché non rispettano il seggio di Roma e non si sottomettono alla
                    sua autorità. [2] Un nobile, che per lungo tempo era stato
                    al loro seguito, dopo essersene allontanato, fuggì presso la corte
                    dell’imperatore: a quel tempo regnava Enrico VII, nonno di Carlo IV e padre di
                    Sigismondo. [3] Questo nobile, al cospetto dell’imperatore,
                    accusava ogni giorno i conti, chiamandoli ora ribelli, ora ladri, nemici
                    dell’impero, spregiatori della Chiesa. A lui Enrico disse: «Taci,
                    approfittatore: non mi fido di te né quando lodi quelli che riteniamo pessimi,
                    né quando parli male di loro, di cui tu stesso una volta eri seguace».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter11">
        <p>Sul cap. 11</p>
        <p>[1] L’ambasceria di Ludovico Pontano e Niccolò Siculo
                    sarebbe stata ottima e degna di un principe così grande, se gli animi non
                    fossero stati discordi e dominati dall’invidia, in maniera inutile sia al re sia
                    al concilio. [2] Anche io ero a Basilea e so che il sinodo
                    non era meno occupato a riconciliare gli ambasciatori del re che a riportare i
                    Boemi al consenso della Chiesa Cattolica. [3] Ma poiché
                    stiamo parlando di ambasciatori, non sembra inopportuno ricordare ciò che
                    abbiamo sentito a proposito di quelli di Lubecca da Kaspar Schlick, il quale fu
                    presente: Lubecca si trova nel luogo in cui un tempo si stabilirono i Cimbri.
                        [4] Questi che furono inviati come ambasciatori presso
                    l’imperatore Sigismondo, sebbene analfabeti, erano tuttavia circospetti, cauti e
                    pronti ad affrontare le situazioni impreviste. Il più anziano, piegando le
                    ginocchia per inginocchiarsi come si conviene, emise aria con turpe crepitio.
                        [5] Tutti scoppiarono a ridere, ma lui, voltando la
                    testa all’indietro, rivolse queste parole alla parte oscena del suo corpo: «Sta’
                    zitto, tu, amico mio. La città di Lubecca ha mandato me, non te, come
                    ambasciatore per parlare con l’imperatore»!</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter12">
        <p>Sul cap. 12</p>
        <p>[1] Antonio, cardinale di San Marco e nipote di papa
                    Eugenio IV, raccolse una quantità incredibile di monete di antichi imperatori e
                    principi: anch’egli fu amante dell’antichità. [2] Alfonso,
                    mentre ci trovavamo da lui a Pozzuoli, disse di aver trovato una moneta d’oro di
                    Nerone, in cui il nefando imperatore usurpava la stessa lode che innalza al
                    cielo il divo Augusto: «Chiusi il tempio che gli antichi dedicarono a Giano»; il
                    sapientissimo re condannava lo stolto principe, che rivendicava per sé una
                    gloria falsa. [3] Non c’è motivo dunque, Antonio, perché tu
                    o io dovremmo sperare di ottenere con la menzogna la benevolenza di un re così
                    grande.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter13">
        <p>Sul cap. 13</p>
        <p>[1] Non mi meraviglio che Bartolomeo Facio, che scrive le
                    gesta del re, abbia imitato nello stile Giulio Cesare, dal momento che i suoi
                    commentari piacciono così tanto al sovrano, ma sono degne le cose che piacciono.
                        [2] In verità dicono che Svitrigalo, duca di Lituania,
                    non si spostasse mai dalla patria, preferendo piuttosto tenersi informato per
                    mezzo di altri, o che portasse con sé il libro sull’arte culinaria che aveva
                    composto con grande accuratezza, come aveva fatto Apicio, cultore di cibi
                    squisiti. [3] Una cena da lui non durava meno di sei ore,
                    ed era solito far portare non meno di trenta portate. Ma spessissimo, mentre si
                    leggeva, ne venivano portate novanta o cento. Così mangiano i re nordici
                    dell’occidente.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter14">
        <p>Sul cap. 14</p>
        <p>[1] Le cose che Platone prescrive in maniera alternativa,
                    Alfonso le compie insieme, in quanto è letterato e ama i letterati. Ma è uccello
                    raro sulla terra: infatti nei tempi nostri tutti i re sembrano quasi Norcini,
                    che cacciano i “letteruti” (così chiamano i letterati) dalle assemblee.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter15">
        <p>Sul cap. 15</p>
        <p>[1] Dicono che Venceslao re di Boemia fosse solito ripetere
                    spesso conversando con i suoi nobili: «Io, se la sorte mi concedesse di essere
                    presente al saccheggio delle città d’Italia, concederei ai soldati di far
                    bottino di tutto, terrei per me soltanto il vino come spoglia. Se qualcuno
                    entrerà nella cantina senza il mio ordine, sarà colpito con la spada». [2] I principi elettori lo deposero come inetto e indegno
                    dell’impero, e, nominato Roberto il Bavaro al suo posto, tutte le città tedesche
                    passarono dalla sua parte, eccetto Norimberga, che giurò fedeltà a Venceslao.
                        [3] Questi poiché rispettavano il vincolo del
                    giuramento, ma allo stesso tempo temevano il potere del Bavaro, inviarono
                    ambasciatori a Venceslao, chiedendo di scioglierli dal giuramento, e offrirono
                    per questa cosa, se necessario, ventimila monete d’oro. [4]
                    Il re, ascoltati gli ambasciatori, dichiarò sciolti gli abitanti di Norimberga,
                    purché gli mandassero quattro carri di vino che si chiama Baccaracense, che è
                    ritenuto il migliore tra quelli del Reno.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter16">
        <p>Sul cap. 16</p>
        <p>[1] Allo stesso principe, che – come si è detto prima –
                    tolse la mosca dal bicchiere, un tale chiese venti monete d’oro per la sua unica
                    figlia, perché potesse sposarsi, dal momento che egli non sapeva dove trovare la
                    dote. [2] Poiché la richiesta gli fu negata, preparò una
                    lettera commendatizia per un re vicino, che scrisse un uomo mite e nostro amico,
                    e la inviò al principe perché la firmasse. [3] Il principe
                    gli disse: «Dove hai preso la carta?». «Dal tuo armadio», rispose. Allora il
                    principe disse: «Così dunque mi derubate di tutto. Se in questo modo
                    scialacquiamo i nostri beni, arriveremo presto a mendicare. Abbiamo speso male
                    questa giornata».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter17">
        <p>Sul cap. 17</p>
        <p>[1] L’Italia si vergogni dei suoi sacerdoti, che neppure
                    una volta hanno letto i vangeli. Tra i Taboriti troveresti a stento una
                    donnicciola che non sappia rispondere sia sul nuovo che sull’antico
                    testamento.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter18">
        <p>Sul cap. 18</p>
        <p>[1] Se, per salvare un’unica galea, nella quale sarebbero
                    potuti morire duecento uomini o poco più, il re decise di correre un così grande
                    pericolo, cosa sarebbe disposto a fare per la navicella di san Pietro, con la
                    quale, se non scamperà alla tempesta dei Turchi, la comunità cristiana rischia
                    di perire?</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter19">
        <p>Sul cap. 19</p>
        <p>[1] Vitoldo, duca di Lituania, faceva dilaniare dagli orsi
                    che nutriva in patria i colpevoli di lesa maestà, cui faceva cucire addosso
                    pelli d’orso. [2] Gli abitanti della provincia temevano a
                    tal punto la sua crudeltà – perché non voglio chiamarla severità – che quando
                    talvolta a due o più diceva: «Andatevi a impiccare», nessuno disobbediva al
                    comando, e addirittura si sentì qualcuno che esortava gli altri complici
                    dicendo: «Andiamoci in fretta per non suscitare l’ira del signore».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter20">
        <p>Sul cap. 20</p>
        <p>[1] Federico III imperatore, vinti in guerra e catturati
                    con la forza gli abitanti di Kőszeg in Ungheria, mandò al patibolo 80 uomini che
                    erano stati responsabili di sommosse e ribellioni, e concesse al resto della
                    popolazione vita, libertà e ricchezze.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter21">
        <p>Sul cap. 21</p>
        <p>[1] A Napoli, seguivamo Alfonso dall’ospedale di Santa
                    Maria al castello reale, quando un uomo molto anziano, riverente nel volto e nei
                    gesti, lo salutò. [2] Il re rivolgendosi a noi disse: «Così
                    mentre assediavo questa città venne verso di me nell’accampamento e mi esortò a
                    stare di buon animo. Era infatti, all’incirca, il primo giugno e stavo per
                    espugnare la città: predisse che di lì a poco si sarebbe svolta una battaglia
                    incerta, e che in essa sarebbe stato catturato il comandante dell’esercito, e mi
                    indusse a non partecipare a quella battaglia. [3] La prima
                    parte della profezia si compì, e il 2 giugno ricondussi Napoli in mio potere.
                    Poi, le nostre truppe e quelle di Antonio Caldora vennero nel territorio di
                    Capua; tra i nostri c’era incertezza sull’opportunità di attaccare battaglia,
                    poiché temevano per la mia vita. E quando ciò mi fu riferito dissi: “Dunque vi
                    mette paura questa cosa, che deve invece darvi coraggio e audacia!”. Indossai
                    subito l’elmo, e dato il segnale di battaglia mi volsi contro il nemico, ne
                    ruppi le schiere, vinsi, combattei e feci prigioniero Antonio. Non mi atterrì né
                    una predizione, né il timoroso consiglio degli amici».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter22">
        <p>Sul cap. 22</p>
        <p>[1] Cesare fu superiore ad Alfonso solo nel nuoto, dal
                    momento che egli ad Alessandria, con la barca quasi affondata, raggiunse a nuoto
                    la flotta. È evidente che i Batavi erano tanto abili in ciò, da attraversare
                    armati il Reno, che è il loro fiume più grande. [2] Oggi
                    posseggono quel luogo gli uomini di Maastricht, uomini bellicosi e più esperti
                    nel nuoto rispetto agli altri che abitano sul Reno.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter23">
        <p>Sul cap. 23</p>
        <p>[1] Le donne preservate a Biccari mostrano che l’animo del
                    re è diverso da quello mostrato dall’esercito di Piccinino nel violare le donne
                    sposate e vergini ad Orbetello.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter24">
        <p>Sul cap. 24</p>
        <p>[1] Alfonso non disdegnò di esporsi nelle battaglie che
                    condusse fra cristiani. Non c’è motivo dunque di dubitare che egli prenderà le
                    armi contro i Turchi, e che parteciperà a una spedizione tanto gloriosa.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter25">
        <p>Sul cap. 25</p>
        <p>[1] Alberto margravio di Brandeburgo, che non a caso
                    chiamano l’Achille teutonico, dopo che ebbe saputo che da Norimberga, con cui
                    era in guerra, erano stati mandati 800 cavalieri e 6000 fanti nel suo territorio
                    per far bottino, fece appostare 200 arcieri tra gli arbusti vicino al fiume,
                    nell’unico punto in cui poteva essere guadato da cavalieri e fanti, perché,
                    lasciati passare i cavalieri, impedissero ai fanti di passare. [2] Egli stesso con 600 cavalieri si nascose nel bosco vicino, e dopo
                    aver lasciato passare i cavalieri nemici, uscì allo scoperto. Entrambe le
                    schiere rimasero ferme a una distanza di quasi trecento passi non senza
                    trepidazione, poi il margravio con due compagni, con la lancia in resta si
                    avventò contro il nemico. [3] Accorsero altrettanti
                    valorosi uomini contro di lui da parte nemica. Il margravio trafisse e abbatté
                    quel cavaliere che gli si era fatto incontro. Ma mentre i suoi compagni erano
                    sopraffatti da quelli con cui avevano combattuto, egli, da solo, si lanciò in
                    mezzo alla torma nemica, ora ne uccise uno, ora un altro, e ne fece non poca
                    strage, finché non giunse alle insegne. [4] Lì furono
                    sfoderate contro di lui cento spade, e benché non riuscissero a ferirlo di punta
                    dopo averlo circondato, ignari di chi fosse a osare tanto, lo colpirono di
                    taglio. [5] Egli afferrato con entrambe le braccia il
                    vessillo, disse: «Giammai, se non ora, potrei morire più onorevolmente!». Mentre
                    da solo compiva queste cose, il resto dell’esercito accorse in suo aiuto, e,
                    volti in fuga i nemici, trovò il comandante esanime, pesto e ferito vicino al
                    vessillo. I nemici furono uccisi o catturati, e solo in pochi riuscirono a
                    fuggire, mentre i fanti, bloccati presso il fiume, non poterono essere impiegati
                    in battaglia. [6] Queste cose ci riferirono Alberto stesso
                    e altri valorosi uomini durante il viaggio da Neustadt in Austria a Vienna.
                    Alberto è degno di avere una fama quasi come quella d’Alfonso.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter26">
        <p>Sul cap. 26</p>
        <p>[1] Quando l’imperatore Federico negò al fratello Alberto –
                    che più otteneva e più voleva – ciò che gli veniva chiesto, e costui gli disse
                    che era indegno che un fratello fosse abbandonato dal fratello: «Io non
                    abbandono te, fratello, ma i tuoi cortigiani – disse – a cui ho dato ciò che ho
                    concesso a te».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter27">
        <p>Sul cap. 27</p>
        <p>[1] Raccontano che un prete di Monte Calvo, che si trova
                    vicino a Vienna, fosse solito, dopo aver bevuto fino a mezzogiorno, dormire fino
                    al tramonto, e, una volta sveglio, andare in chiesa, preparare l’altare,
                    indossare gli abiti talari e richiamare il popolo con le campane, poiché aveva
                    deciso di celebrare messa. [2] Quando gli venne chiesto
                    perché assolvesse così tardi agli uffici divini, si dice che, voltosi ad
                    Occidente, scambiandolo per l’Oriente, abbia risposto: «Piuttosto mi chiedo se
                    sia lecito celebrare di mattina così presto, prima che sia sorto il sole.
                    Infatti, benché risplenda l’aurora, non possiamo dire che sia giorno finché sul
                    nostro orizzonte non risplenda il sole».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter28">
        <p>Sul cap. 28</p>
        <p>[1] Ludovico duca di Baviera, che ho visto a Basilea e a
                    Norimberga, deforme per una grossa scrofola e per la gobba, ma abile nel parlare
                    e coraggioso, si mosse empiamente in armi contro il padre Ludovico. E non ebbe
                    pudore di perseguitare il venerando anziano con un duro e miserabile assedio.
                        [2] Ma colpito da una febbre violentissima, morì
                    anzitempo, prima di poter mettere in catene suo padre. Nessuno impunemente può
                    commettere crudeltà contro l’autorità paterna, e non sono longevi sulla terra
                    quelli che disonorano i genitori. [3] Infame il nostro
                    tempo, che ha visto non solo questo Ludovico, ma anche Ludovico delfino di
                    Francia e Alfonso primogenito di Castiglia armati contro i padri.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter29">
        <p>Sul cap. 29</p>
        <p>[1] Ulrico, conte di Celje, in questo anno desiderava
                    parlare con Giovanni Hunyadi che governava il regno d’Ungheria, ed egli non
                    rifiutò, purché venisse da lui. Quello, allora, rispose: «Io, principe nato da
                    un principe e da antico lignaggio, non verrò da te, che sei uomo nuovo e
                    diventato nobile da poco». [2] Giovanni gli rispose: «Non
                    mi paragono ai tuoi avi, ma a te, e benché non sia inferiore neppure a loro, io,
                    che sono diventato nobile combattendo per la religione cristiana, ho reso la mia
                    discendenza più luminosa di quanto abbiano fatto i tuoi avi. E mentre con te la
                    contea di Celje si estingue con disonore, con me si innalza gloriosamente la
                    discendenza di Bistrica».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter30">
        <p>Sul cap. 30</p>
        <p>[1] Federico, margravio di Brandeburgo, che aveva condotto
                    al comando del legato apostolico Giuliano un esercito forte e numeroso contro i
                    Boemi, per fare testamento chiamò a sé i quattro figli, Giovanni, Federico,
                    Alberto e l’altro Federico. [2] E si dice che abbia parlato
                    a Giovanni, che era il maggiore, in maniera ferma: «Io per primo ottenni per la
                    nostra famiglia la dignità di eleggere l’imperatore, quando ero non più d’un
                    servo dell’imperatore Sigismondo. Ora l’estrema ora mi reclama, e temo che un
                    onore tanto grande nella nostra famiglia si svilisca. Come vedo, l’unica tua
                    preoccupazione è per la quiete e la tranquillità. Nella dignità elettorale non
                    troverai nulla se non affanno e fatica continua, per cui, se con la tua volontà
                    posso farlo, per testamento lascerò il marchesato di Brandeburgo, che ha la
                    facoltà di eleggere l’imperatore, al secondogenito Federico, che ti succede per
                    età, e che è più pronto e più resistente alle fatiche di quanto lo sembri tu. A
                    te lascio il Vogtland, ad Alberto quanto possiedo per diritto franco, e
                    all’altro Federico parte del Meissen». [3] Giovanni gli
                    rispose: «Padre, già prima di oggi avevo capito che Federico ti fosse molto più
                    caro di me, poiché lo lodavi più spesso, sopportandolo di malanimo. Ora cambio
                    parere, e ti amo e ti rispetto, padre, che secondo la tua ultima volontà lasci a
                    me la tranquillità e a lui l’impegno». [4] Da questo
                    Giovanni è nata la moglie di Ludovico marchese di Mantova, che risplende tra le
                    donne del nostro tempo per bellezza e costumi.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter31">
        <p>Sul cap. 31</p>
        <p>[1] Giovanni, figlio di Rodolfo re di Boemia, irritato con
                    suo zio paterno Alberto imperatore dei Romani perché, avendogli chiesto una
                    parte dell’Austria, non era stato subito accontentato, poiché non riusciva a
                    trovare qualcuno che per favore o a pagamento gli promettesse di uccidere un
                    imperatore tanto importante, si recò lui stesso dallo zio, fingendo di essergli
                    amico, e dopo essere riuscito ad attraversare il Reno in Elvezia, lo colpì col
                    pugnale mentre era distratto. [2] Subito preso da
                    pentimento si recò ad Avignone dal papa Clemente V, per essere assolto. Quello
                    rimandò l’autore di un delitto tanto grande da Enrico VII, imperatore dei
                    Romani. L’imperatore ordinò che il colpevole facesse penitenza a Pisa presso il
                    monastero degli Agostiniani, e lì Giovanni morì e fu sepolto. [3] Io, quando ero stato inviato dall’imperatore Federico presso
                    l’augusta Eleonora, visitai la sua tomba.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter32">
        <p>Sul cap. 32</p>
        <p>[1] Ascoltai Bernardino da Siena, che papa Niccolò V ha
                    annoverato tra i santi, che raccontava questa favola in una predica: una
                    nobildonna prese da un contadino delle ciliegie appena raccolte, e, entrata
                    nella sua camera da letto, le divorò famelicamente quasi tutte ingurgitandole a
                    piene mani con tutti i noccioli. Poi avendo riportato all’uomo quelle che erano
                    rimaste, invece di farne un sol boccone come prima, le mordeva tre o quattro
                    volte. [2] Gli chiese poi in che modo si dovessero mangiare
                    le ciliegie in campagna. A lei il contadino, che l’aveva vista mentre le
                    divorava attraverso una piccola fessura, disse: «Nel modo in cui le hai mangiate
                    poco fa quando eri sola nella tua stanza». La donna arrossì. [3] Bernardino diceva che vivono bene quelli che fanno ogni cosa come
                    fosse manifesta agli dei e agli uomini.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter33">
        <p>Sul cap. 33</p>
        <p>[1] Alberto di Baviera si innamorò perdutamente di una
                    fanciulla custode dei bagni, e, per ottenere ciò che voleva, le promise le
                    nozze. [2] Una volta, mentre si tessevano le lodi delle
                    donne dinanzi a lui, e nessuno la nominava, chiamò invidiosi, e apprezzatori
                    ignari di ogni bellezza, i cortigiani che omettevano sua moglie. [3] Ernesto, padre di Alberto, la fece gettare nel Danubio a
                    Straubing: delitto certamente indegno per colpa del figlio, quello che una
                    fanciulla innocente venisse uccisa. [4] Dice il vero
                    Strabone, che chiamò la legge comodità dei potenti.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter34">
        <p>Sul cap. 34</p>
        <p>[1] In Inghilterra, quando i prelati o i baroni cenano, i
                    servi svolgono il loro servizio in ginocchio. [2] In
                    Germania non si spendono per nulla in adulazione né con l’imperatore né con un
                    re, e i servi mangiano nello stesso momento in cui il signore mangia, rimanendo
                    solo in due o tre a mettere il vino e i cibi in tavola.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter35">
        <p>Sul cap. 35</p>
        <p>[1] Ho sentito spesso dire all’imperatore Federico che tra
                    coloro che aveva beneficato, pochissimi gli erano riconoscenti, e che ciò era
                    causato dai suoi doni, che avevano reso infedeli quelli che erano fedeli.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter36">
        <p>Sul cap. 36</p>
        <p>[1] Tutte le città della Germania superiore decisero di
                    aiutare Norimberga contro Alberto margravio di Brandeburgo, che aveva loro
                    dichiarato guerra. E mentre si preparava un esercito numeroso, un tale chiese
                    come mai preparassero in armi un popolo così tanto contro un solo principe e
                    certo non ricchissimo. [2] A costui rispose uno dei nobili
                    della città: «Stolto! Le forze e le ricchezze di tutti i principi tedeschi sono
                    guadagnate dall’astuzia e dalla forza di Alberto». [3] E
                    questa frase non fu falsa: Alberto portò dalla sua parte diciassette principi, e
                    costrinse le città, fiaccate da molte rovine, a chiedere la pace.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter37">
        <p>Sul cap. 37</p>
        <p>[1] Enrico conte di Gorizia, poiché quello che aveva le
                    chiavi della cantina non c’era, dato che aveva sete iniziò a prendere a calci la
                    porta, e dato che Febo della Torre, che era stato allevato con lui, lo biasimò e
                    lo pregò di smettere di distruggere i battenti, gli disse: «Taci. Non sei tu a
                    tormentarmi, ma la sete».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter38">
        <p>Sul cap. 38</p>
        <p>[1] Sarebbe un dovere non liberale, ma pio e santo
                    riscattare i Cristiani catturati dai Turchi. Cosa che spererei possa accadere,
                    se Alfonso, come promette, conducesse contro Maometto la flotta e le truppe di
                    terra fossero condotte contro i Turchi.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter39">
        <p>Sul cap. 39</p>
        <p>[1] A un campagnolo, che aveva portato al mercato di
                    Neustadt in Austria del grano da vendere, fu rubato uno dei due cavalli dalla
                    biga mentre si era allontanato per andare in taverna. [2]
                    La denuncia del furto fu riportata all’imperatore Federico. All’accusatore fu
                    ordinato di fare il nome del ladro, ma egli rispose che aveva subito il furto
                    nella città regia, ma di ignorare chi fosse il ladro. [3]
                    Mentre i consiglieri stavano a pensare su chi si potesse sospettare, Federico
                    disse: «È strano che quest’uomo non abbia perso anche l’altro cavallo: in questa
                    città ci sono tanti cavalieri che necessitano di cavallo?» [4] Allora il campagnolo disse: «Imperatore, l’altra è una cavalla,
                    che non serve a nulla a coloro che combattono». «Ma allora – rispose
                    l’imperatore – qualcuno le salga in sella e corra dappertutto nei vicoli della
                    città! Il cavallo sottratto si trova in qualche stalla, e non appena sentirà la
                    cavalla del suo giogo, subito nitrirà». Il campagnolo obbedì e in questo modo
                    recuperò ciò che era suo, e il ladro fu punito. [5] È
                    necessario che coloro che sono a capo della giustizia, siano non soltanto
                    giusti, ma anche prudenti e assai acuti. [6] Il boemo
                    Zisca, che guidò l’esercito della comunità dei Taboriti, dopo che ebbe distrutto
                    una città in Austria, e non vi trovò armenti – che infatti erano stati condotti
                    sull’isola fortificata che sta in mezzo al Danubio – avendo preso dalle campagne
                    immediatamente vicine due giovenche e altrettanti maiali, ordinò che in
                    prossimità dell’isola fossero bastonati fino a quando le vacche e i maiali,
                    udendo il muggito e il grugnito, passassero sull’altra riva. [7] Catturati questi animali riuscì a fare non piccolo bottino, e così
                    dimostrò che le azioni militari si devono condurre con ingegno non inferiore
                    alla forza.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter40">
        <p>Sul cap. 40</p>
        <p>[1] All’arcivescovo Giacomo di Treviri, principe elettore,
                    uomo operoso e di grande ingegno, ma assai avido e attento a innalzare la
                    potenza della sua chiesa, due anni dopo che giunse dall’imperatore Federico a
                    Neustadt, poiché supplicando chiedeva sempre più cose, e incalzava chiedendone
                    moltissime, l’imperatore disse: «Se non smetti di chiedere, io inizierò a dire
                    di no».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter41">
        <p>Sul cap. 41</p>
        <p>[1] Teodorico vescovo di Colonia, di certo il primo per
                    saggezza e autorità tra gli elettori imperiali, all’imperatore Sigismondo che
                    chiedeva in che modo potesse ottenere la felicità, rispose: «La ricerchi invano
                    tra i mortali». Quando gli chiese di nuovo come volgere a quella celeste, gli
                    disse: «Per la retta via». [2] E poiché per la terza volta
                    gli chiedeva cosa fare per incamminarsi sulla retta via, gli rispose: «Se
                    disporrai e vivrai la tua vita così da fare ciò che hai promesso, finché un
                    calcolo, la podagra, o un’altra malattia ti opprimerà acutamente».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter42">
        <p>Sul cap. 42</p>
        <p>[1] Avrei voluto sentire cosa disse Andrea, quando tornò a
                    Palermo dopo aver incontrato il re. Io quando andrò via di qui, se qualcuno mi
                    chiederà cosa ho visto degno di esser ricordato a Napoli, risponderò anzitutto
                    quattro cose. [2] Napoli, città splendida per l’aria
                    salubre, per il porto, per le chiese, le case, i campi, seconda a nessuno in
                    Italia per cavalli e armi. Il castello regio, che chiamano nuovo, che si innalza
                    sugli altri di tutta Europa per grandezza, splendore, arte e fortificazione. E
                    quella nave che può superare tutte le altre che a memoria d’uomo abbiano solcato
                    i mari. E per far quadrare il conto, aggiungerò di re Alfonso. [3] E come quinta cosa, se qualcuno volesse ascoltare, parlerei di
                    quel sacro sangue di san Gennaro, che mostrano ora solido, ora liquido, benché
                    sia stato versato nel nome di Cristo milleduecento anni prima. [4] Infine aggiungerò i resti di Baia, Cuma e Pozzuoli, che sembrano
                    uguagliare quelli di Roma.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter43">
        <p>Sul cap. 43</p>
        <p>[1] Quando ad Alberto duca d’Austria, che alla morte
                    dell’imperatore Sigismondo, di cui era genero, prese il regno d’Ungheria e
                    Boemia insieme all’Impero Romano, un principe disse che era necessario esser
                    protetti dall’amore dei sudditi, e che a ciò bastasse solo l’innocenza, il
                    suocero rispose: «Anche una guardia fidata evita gli infortuni».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter44">
        <p>Sul cap. 44</p>
        <p>[1] Sotto il pontificato di papa Niccolò V fiorirono gli
                    studi letterari, di cui egli era amante. Sotto il nuovo Callisto il diritto
                    viene innalzato al cielo. Alfonso col suo esempio ha reso i suoi cortigiani
                    amanti delle lettere e della caccia.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter45">
        <p>Sul cap. 45</p>
        <p>[1] Morto Alberto padre di Ladislao, i Boemi e gli
                    Ungheresi chiesero come loro re l’imperatore Federico. Egli rispose loro: «Possa
                    star lontana da me la scelleratezza di portar via l’eredità paterna a mio
                    cugino». [2] Anche Federico margravio di Brandeburgo e
                    principe elettore, chiamato dai Polacchi come re, disse: «Avete Casimiro che è
                    fratello del re morto, e chiedete a lui, che la legge di successione ha reso re.
                    Se per caso egli non volesse regnare tornate da me». [3]
                    Anche Alberto duca di Baviera rifiutò il regno di Boemia che gli era stato
                    offerto, per non escludere Ladislao. Abbiamo visto questa moderazione ai nostri
                    tempi tra i principi tedeschi e l’abbiamo ritenuta degna di memoria.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter46">
        <p>Sul cap. 46</p>
        <p>[1] Il conte Burcardo rispose al nostro collega Leonardo
                    Benvoglienti che chiedeva con che diritto Piccinino avesse invaso il territorio
                    di Siena: «Per diritto militare. In guerra, infatti, è lecito attaccare tutti
                    quelli cui non siamo vincolati». Ma questa legge è una grande ingiustizia. È
                    opportuno che il re, il quale, per suo ordine, non vuole che i governatori delle
                    provincie non si curino di nulla oltre che dell’amministrazione e della
                    giustizia, si separi del tutto da Piccinino, eversore delle buone leggi e di
                    ogni giustizia.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter47">
        <p>Sul cap. 47</p>
        <p>[1] Silvestro vescovo di Chiemsee diceva che sempre
                    sarebbero rimasti nelle attività pubbliche quei nobili che avevano ricercato la
                    corte per oziare, a meno che non ne fossero allontanati per pericolo di
                    morte.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter48">
        <p>Sul cap. 48</p>
        <p>[1] Sigismondo diede non pochi schiaffi a uno che lo lodava
                    smisuratamente e che lo definiva simile agli dei, e a quello che gli chiedeva:
                    «Perché mi percuoti?», rispose: «Tu perché mi stuzzichi?»</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter49">
        <p>Sul cap. 49</p>
        <p>[1] Amedeo duca di Savoia, che il clero riunito a Basilea,
                    dopo aver deposto dal pontificato Eugenio IV, elesse al suo posto chiamandolo
                    papa Felice V, offrì in matrimonio a Federico imperatore dei Romani una figlia
                    che stava in casa, giovane e vedova e di grande bellezza, con una dote di
                    duecentomila monete d’oro, se, lasciato Eugenio, lo avesse chiamato successore
                    di Pietro. [2] L’imperatore inorridì e non volle affatto
                    deturpare i sacramenti della chiesa con il suo matrimonio. Anzi rivolgendosi ai
                    suoi disse: «Alcuni son soliti vendere le cariche pontificali: costui le compri
                    pure, qualora trovi un venditore».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter50">
        <p>Sul cap. 50</p>
        <p>[1] Quando i porporati accusarono presso Sigismondo il
                    popolo tedesco di maldicenza, poiché dappertutto parlavano male del loro
                    principe, l’imperatore sorridendo rispose: «Forse a voi sembra grave che quelli
                    parlino male, quando noi agiamo male?».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter51">
        <p>Sul cap. 51</p>
        <p>[1] Quando un ladro disse che era cittadino di Buda, e che
                    perciò riteneva di dover essere risparmiato, disse Sigismondo: «Anche la mia
                    mano, se putrida, va tagliata».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter52">
        <p>Sul cap. 52</p>
        <p>[1] Regi devono essere considerati non solo gli abitanti
                    del regno, ma tutti i popoli che si trovi nella possibilità di salvare. Dunque,
                    o re, devi proteggere i Senesi non meno dei Napoletani.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter53">
        <p>Sul cap. 53</p>
        <p>[1] L’imperatore Federico diceva: «A Dio, quando prego,
                    chiedo misericordia, non giustizia. Perché non dovrei essere clemente e
                    misericorde nei confronti dei sudditi?».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter54">
        <p>Sul cap. 54</p>
        <p>[1] L’imperatore Federico diceva che i principi
                    inflessibili e poco miti dovessero temere molto la morte. Infatti, come da vivi
                    si sono posti più in alto degli altri, così da morti troveranno per sé giudici
                    simili.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter55">
        <p>Sul cap. 55</p>
        <p>[1] Tutti evitano di praticare le arti che non hanno
                    appreso; nessuno rifiuta di comandare, che è l’arte più difficile tra tutte le
                    arti.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter56">
        <p>Sul cap. 56</p>
        <p>[1]
               [2] Quando fu chiesto all’imperatore Rodolfo, che per primo
                    diede alla sua famiglia l’impero in Austria, perché ciò accadesse: «Non c’è da
                    meravigliarsi – disse – che si ritengano stolti quelli che non sanno governare,
                    ma nessuno ritiene se stesso stolto».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter57">
        <p>Sul cap. 57</p>
        <p>[1] Michele di Pfullendorf, il segretario dell’imperatore
                    Federico che è sepolto nella mia chiesa a Siena, diceva che tra tutte le cose la
                    più sorprendente è che gli animali privi di ragione non dovrebbero porsi al di
                    sopra del re, a meno che non siano superiori agli altri per virtù. Gli uomini
                    che si ritengono razionali, spesso hanno obbedito a principi che erano più
                    stolti dei bruti quadrupedi.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter58">
        <p>Sul cap. 58</p>
        <p>[1] Alfonso aveva mandato a Parigi due fanciulli a
                    studiare. Ci trovavamo da lui i Castel Nuovo, quando Joan Soler gli portò una
                    loro lettera. Lo vedemmo esultare molto, quando seppe, leggendo, che facevano
                    progressi.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter59">
        <p>Sul cap. 59</p>
        <p>[1] Bartolomeo Capra vescovo di Milano, affermava che per
                    questa ragione egli cercasse sacerdoti belli d’aspetto: perché gli animi turpi
                    abitano corpi turpi, e che assai raramente si ritrova malvagità in uno dal
                    bell’aspetto.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter60">
        <p>Sul cap. 60</p>
        <p>[1] Quando fu chiesto all’imperatore Sigismondo perché
                    tanto di frequente nelle città libere si commettesse peculato, rispose: «Perché
                    le cariche senza profitto vengono affidate ai cittadini, ma il popolo vuole il
                    guadagno».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter61">
        <p>Sul cap. 61</p>
        <p>[1] Disse l’imperatore Federico: «Non posso compiacermi
                    degli stolti, né essere amico dei superbi».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter62">
        <p>Sul cap. 62</p>
        <p>[1] Stavamo portando da Pisa a Siena l’imperatrice Eleonora
                    per ordine dell’imperatore Federico. Il giorno prima delle Ceneri, quando la
                    gente è solita fare pazzie, presso San Miniato al Tedesco, in territorio di
                    Firenze, ci imbattemmo in una danza di contadine, che spesso ballando si
                    scoprivano le ginocchia e mostravano le gambe. E quando l’imperatrice lo vide,
                    disse: «Andiamo, questo è uno spettacolo di meretrici, non di vergini».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter63">
        <p>Sul cap. 63</p>
        <p>[1] Dopo aver sconfitto Kőszeg in Ungheria, l’imperatore
                    Federico disse: «Una grande opera è stata compiuta. Ora ne resta una più grande:
                    dobbiamo vincere noi stessi, e mettere un freno al desiderio di vendetta e di
                    preda».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter64">
        <p>Sul cap. 64</p>
        <p>[1] Disse l’imperatore Rodolfo: «Talvolta mi sono pentito
                    d’esser stato severo e poco mite, mai invece di esser stato mite e
                    clemente».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter65">
        <p>Sul cap. 65</p>
        <p>[1] L’imperatore Sigismondo diceva che i re in terra
                    potevano esser beati se, una volta esclusi i superbi, avessero accolto a corte i
                    cultori di mitezza e di misericordia.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter66">
        <p>Sul cap. 66</p>
        <p>[1] Bernardo, padre monastico, sommo maestro di astinenza,
                    quando talvolta, in presenza di ospiti, cenava oltre misura, e i discepoli lo
                    ritenevano una sregolatezza, rispondeva: «Non sono io a bere e a mangiare, ma la
                    carità».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter67">
        <p>Sul cap. 67</p>
        <p>[1] Alfonso non solo chiamò presso di sé uomini illustri
                    nelle armi o nelle lettere, del cui consiglio si serviva nelle faccende
                    d’amministrazione, e con loro riuscì a provvedere a molte cose, ma dalla sua
                    corte come da una officina di uomini eccellenti, fece uscire ottimi comandanti
                    di truppe e venerabili uomini di chiesa. [2] Infatti, anche
                    Callisto III, che ora regge la cattedra del pontificato, dalla scuola di Alfonso
                    papa Eugenio elevò alla carica di cardinale.</p>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>