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        <title>Enea Silvio vescovo di Siena - Traduzione del Commentario - Libro I</title>
        <author>Enea Silvio Piccolomini</author>
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          <name>Raffaella Notari</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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        <publisher>BUP - FedOA</publisher>
        <pubPlace>Napoli - Potenza</pubPlace>
        <date>2025</date>
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        <date>1456-04-22</date>
      </docDate>
      <div type="chapter" xml:id="chapter00">
        <p>Sul proemio del primo libro</p>
        <p>[1] Alfonso è tanto più grande di Socrate, quanto un Romano
                    è considerato più austero di un Greco, e quanto è più difficile che i re si
                    dedichino alla filosofia rispetto agli uomini privati.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter01">
        <p>Sul cap. 1</p>
        <p>[1] Anche i Senesi pregano questo nuovo Ercole di aiutarli,
                    ai quali è tanto più giusto portare soccorso, quanto più indegnamente sono
                    oppressi. Perché se il re è solito soccorrere quelli che sono in difficoltà
                    anche con suo pericolo, certamente non abbandonerà i Senesi, ai quali può dare
                    protezione e pace anche con una sola parola.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter02">
        <p>Sul cap. 2</p>
        <p>[1] In Inghilterra, che una volta era chiamata Britannia, a
                    quelli che vengono scoperti mentre si uniscono a donne fuori dal matrimonio, per
                    comando di un sacerdote, viene ordinato di partecipare a una processione di
                    clero e di popolo in un giorno di festa e, tenendo addosso solo le mutande, di
                    girare nudi attorno alla chiesa portando in mano un cero acceso. Se qualcuno ha
                    vergogna della pena, la sostituisce pagando una multa. [2]
                    Un tale Manno di Firenze, che spesso era sfuggito alla pena pagando la multa,
                    colto di nuovo in flagrante decise di sottoporvisi invece di sborsare denaro. Il
                    giorno stabilito, giunse alla chiesa avvolto da un lungo mantello, e toltoselo
                    in mezzo alla folla di uomini e donne, rimase completamente nudo. Al sacerdote
                    che, indignato, gli ordinava di mettersi le mutande, «Neanche per sogno», disse,
                    «dal momento che è proprio a queste pudende peccaminose che bisogna infliggere
                    la punizione!».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter03">
        <p>Sul cap. 3</p>
        <p>[1] Baldassarre Cossa, il quale, giunto al pontificato,
                    prese il nome di Giovanni XXIII, poiché era troppo spesso lodato smisuratamente,
                    disse: «Sebbene sappia che sono false le cose assai belle che si dicono di me,
                    tuttavia mi fa piacere sentirle».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter04">
        <p>Sul cap. 4</p>
        <p>[1] Sono savi, a mio giudizio, coloro i quali, dopo aver
                    ricevuto un beneficio anche piccolo, dicono addio alla curia. Mostrano infatti
                    che il loro animo si è appagato, e si sottraggono al pericolo che spesso incombe
                    sui cortigiani, i quali, come maiali messi all’ingrasso, vengono uccisi per la
                    cena del signore. [2] Gli altri che, pur avendo raggiunto
                    grandi ricchezze, rimangono presso i re, non lo fanno per rendergli grazie, ma o
                    non vogliono andarsene da un posto sicuro, o mostrano che per loro nulla è
                    abbastanza.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter05">
        <p>Sul cap. 5</p>
        <p>[1] Se i Goti e i Longobardi avessero avuto tali re, non
                    lamenteremmo né le corruzioni di Livio, né i danni degli altri autori.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter06">
        <p>Sul cap. 6</p>
        <p>[1] Mentre seguivo Alfonso da Baia a Pozzuoli, e conversava
                    con me di letteratura, disse d’aver letto il libro di Agostino sulla città di
                    Dio tradotto dal latino in francese, nel proemio del quale vi è scritto: «Un re
                    illetterato non è che un asino coronato». E affermò che anch’egli era dello
                    stesso avviso.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter07">
        <p>Sul cap. 7</p>
        <p>[1] Di pari prudenza, come mi sembra, dà prova Alfonso nei
                    confronti di Giacomo figlio di Niccolò Piccinino. Quando lo incontra da amico,
                    si guarda da lui come un nemico.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter08">
        <p>Sul cap. 8</p>
        <p>[1] Ritengo che le arpie fossero moltissime. Non ho visto
                    infatti nessuna curia priva di questi uccelli.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter09">
        <p>Sul cap. 9</p>
        <p>[1] Dopo aver intrapreso ciò che è giusto, conviene che il
                    re mostri un animo invincibile, e che vinca resistendo alla fortuna. Ma quando
                    ogni sforzo è vano, è preferibile esser vinti che vincere.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter10">
        <p>Sul cap. 10</p>
        <p>[1] Il Girolamo eretico, di cui Aurispa maggiore discute
                    con il re, intendo che sia quel Boemo che fu mandato al rogo a Costanza, poiché
                    aveva un atteggiamento empio verso la religione. Aggiungi, se è opportuno, la
                    patria di Girolamo, perché non sia ignoto ai posteri ciò che noi conosciamo.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter11">
        <p>Sul cap. 11</p>
        <p>[1] Venceslao re di Boemia, fratello di Sigismondo, figlio
                    ed erede di Carlo IV imperatore dei Romani, irritato da una parola di un suo
                    ministro, alzandosi dalla tavola, afferrato un pugnale lo uccise anche se era un
                    amico. [2] Alessandro il Macedone, dopo aver scagliato il
                    giavellotto contro Clito, con la morte di un uomo a lui carissimo placò la sua
                    ira, ma mostrò di non aver placato se stesso col pentimento per l’accaduto. [3] Migliore di entrambi Alfonso che, al primo scatto d’ira
                    ha ceduto come uomo, ma in un secondo momento ha vinto la parte razionale, e i
                    suoi piccoli, come dice il salmista, li ha scagliati sulla roccia.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter12">
        <p>Sul cap. 12</p>
        <p>[1] L’imperatore Sigismondo diede uno schiaffo a un
                    creditore bavarese che lo insultava, ma, subito preso dal pentimento, pagò tutto
                    il debito. [2] Il re fu più mite dell’imperatore, ma forse
                    la mitezza del re nei confronti di questo cavaliere non fu pari all’ira salutare
                    dell’imperatore nei confronti del bavarese.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter13">
        <p>Sul cap. 13</p>
        <p>[1] Se Alfonso fosse illetterato, gli sarebbe lecito
                    durante la cena, come un asino coronato, cercare quiete. Ma è giusto che un re
                    dotto non abbia nessun momento di riposo, tranne quello che richiede il
                    sonno.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter14">
        <p>Sul cap. 14</p>
        <p>[1] Cosa può fare Alfonso per suoi sudditi, dal momento che
                    è pietoso anche verso i nemici?</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter15">
        <p>Sul cap. 15</p>
        <p>[1] Certamente basterebbe quest’unica cosa a rendere il
                    misericorde re prossimo a Dio grande e onnipotente. Infatti, quando il re
                    detesta una vittoria, c’è da ritenere che sia stata ottenuta con azioni turpi e
                    crudeli; né egli può venire in soccorso di coloro che in guerra commettono ogni
                    tipo di scelleratezza.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter16">
        <p>Sul cap. 16</p>
        <p>[1] Mentre a Napoli, in Castel Nuovo, discutevamo sulla
                    pace della Toscana e sull’ipotesi di inviare Piccinino in Albania in quei
                    giorni, vedemmo quanto il re fosse esperto conoscitore di Tito Livio, che spesso
                    citò a insegnamento, poiché diceva che bisogna fare attenzione sin dall’inizio a
                    non incorrere nell’avversa fortuna. Come si legge infatti in Tito Livio, il
                    presagio della fine è solito presentarsi sin dall’inizio.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter17">
        <p>Sul cap. 17</p>
        <p>[1] Motto proverbiale dell’imperatore Sigismondo fu che non
                    sa regnare chi non sa simulare. La vera ragione non approva che il re nasconda
                    né il volto, né la mente con la menzogna.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter18">
        <p>Sul cap. 18</p>
        <p>[1] Sappiamo che il re si comporta con simile liberalità
                    nei confronti dei preti poveri, che mettono al primo posto il culto di Dio.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter19">
        <p>Sul cap. 19</p>
        <p>[1] Al conte Federico di Celje, che uccise la moglie per
                    amore d’una concubina, e poi, dopo aver trascorso tra le prostitute una vita
                    turpe, è morto un anno fa, uno tra i suoi amici più cari disse: «Già hai più di
                    novant’anni, e ti concedi al piacere più che se fossi un adolescente. Orsù,
                    sappi che devi pur morire, pensa alla tomba». [2] E
                    Federico gli rispose: «Certamente. Ho deciso infatti che dovrà essere scolpito
                    quest’epigramma sul marmo della tomba: “Questa è la mia porta per gli inferi”.
                    Cosa troverò lì non lo so. So cosa ho lasciato: ho avuto in abbondanza ogni
                    bene, di cui non porto nulla con me, né ciò che ho bevuto, né ciò che ho
                    mangiato, né ciò che il piacere inesauribile ha consumato». [3] «Allora – disse l’amico – tu ricordi che l’epitaffio di
                    Sardanapalo, secondo ciò che dice Aristotele, bisognava scriverlo non sulla
                    tomba d’un uomo, ma d’un bue».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter20">
        <p>Sul cap. 20</p>
        <p>[1] Tra i duchi d’Oltralpe ne abbiamo conosciuto uno, che
                    concedeva facile accoglienza a tutti quelli che ogni giorno venivano, non per
                    desiderio di dire legge o di amministrare la giustizia, ma per tenere per sé i
                    doni che venivano portati ai curiali. E non si vergognava di toglier di mano ai
                    poveri tre o anche due monete, che si chiamano boemicali.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter21">
        <p>Sul cap. 21</p>
        <p>[1] L’Etruria non è inferiore all’agro picentino né per la
                    bellezza dei campi, né la per virtù degli uomini. Ma ora è devastata: non
                    abbiamo bisogno del pianto del re, ma di quella volontà che, a quanto dici, ebbe
                    verso gli abitanti di Sorrento, poiché è potente in pace e in guerra.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter22">
        <p>Sul cap. 22</p>
        <p>[1] Desidererei o che il re sappia tutto senza l’aiuto di
                    altri, come Alfonso, o che sia a tal punto stupido che, come in catene, venga
                    dominato dal volere dei consiglieri.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter23">
        <p>Sul cap. 23</p>
        <p>[1] L’imperatore Federico a Vienna e a Neuhaus in Austria
                    ristrutturò in modo mirabile i castelli e anche Sigismondo lo ha fatto a Buda.
                        [2] Quanto al resto constato che Alfonso ha superato
                    tutte le opere nuove e antiche, e ritengo che la reggia di Dario non possa esser
                    paragonata al castello di Napoli.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter24">
        <p>Sul cap. 24</p>
        <p>[1] I Franchi rasarono i capelli al re, che era
                    riconoscibile solo per la porpora e il diadema. Chiuso il fannullone in un
                    monastero, per autorità di papa Zaccaria, lo sostituirono con Pipino, che non
                    una veste aurea, ma una rispettata moderazione e l’autorità avevano reso degno
                    del supremo potere regio.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter25">
        <p>Sul cap. 25</p>
        <p>[1] Il re, facendosi aiutante di un asinaio, si conciliò il
                    favore di alcuni popoli della Campania. Ma, se porterà aiuto ai Senesi e darà
                    pace alla Toscana oppressa, sarà chiamato protettore e padre sia di quella
                    provincia sia di tutte le città d’Italia.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter26">
        <p>Sul cap. 26</p>
        <p>[1] È necessario che si tema sempre chi è stato sottomesso
                    con la ferocia e la crudeltà; resterà costantemente fedele chi si sarà reso
                    amico con la pietà e la misericordia.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter27">
        <p>Sul cap. 27</p>
        <p>[1] Ugo da Siena, che il nostro tempo ha ritenuto sommo tra
                    i medici, ebbe una moglie chiamata Ladia Sozzini, di grande virtù, ma poca
                    bellezza. Poiché era brutta, Ugo era solito chiamarla buona, e avrebbe preferito
                    esser privato di ogni bene piuttosto che della moglie. [2]
                    Dunque, può essere amata una donna brutta ma non una cattiva. La moglie di
                    Tripponio, forse, non ebbe né la soavità dei costumi, né la bellezza.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter28">
        <p>Sul cap. 28</p>
        <p>[1] Il re, che si era armato per una giusta guerra per
                    condurre l’esercito contro i Fiorentini e i Veneziani, concesse la pace agli
                    ambasciatori dei nemici che gli venivano incontro nel territorio dei Peligni,
                    dichiarandosi vinti. I Senesi, però, si dichiarano vinti ancora prima che il re
                    prenda le armi, e gettandosi ai suoi piedi chiedono grazia. [2] Il re è certamente tanto più glorioso per costoro che per coloro
                    ai quali ha concesso benevolenza, quanto i Veneziani e i Fiorentini sono più
                    potenti dei Senesi. Infatti a quelli può sembrare che la pace sia stata concessa
                    per il fatto che il re si era pentito dell’impresa iniziata, come disperasse di
                    vincere su città grandi e ricche. Nessuno dubiterà, invece, che la pace sia
                    stata concessa al popolo di Siena dalla clemenza del re.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter29">
        <p>Sul cap. 29</p>
        <p>[1] Anche al Piccinino forse sarà risultata cosa assai dura
                    concedere la pace ai Senesi, a lui che cerca per sé ricchezze e gloria a danno
                    di un mitissimo popolo. Ma non sarebbero mancati alla sua virtù né l’occasione
                    né l’onore, se si fosse comportato in maniera più modesta e si fosse affidato al
                    comando del re.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter30">
        <p>Sul cap. 30</p>
        <p>[1] Ai primogeniti dei re, che sono destinati a diventare
                    re, non a caso viene affidato il governo di gente di tal fatta. Una volta che
                    avranno sperimentato le stoltezze dei Calabresi, infatti, e avranno imparato a
                    sopportarle, facilmente tollereranno i costumi degli altri popoli.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter31">
        <p>Sul cap. 31</p>
        <p>[1] La domanda di Alfonso d’Avalos ha avuto risposta
                    corretta. Ma poteva anche chiedere ancora: «Se l’animo desidera Dio come sua
                    sede naturale, perché tende tanto malvolentieri a ciò cui desidera arrivare,
                    specialmente dal momento che non sappiamo servirci di questo bene in
                    terra?».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter32">
        <p>Sul cap. 32</p>
        <p>[1] Mentre cenavo da Giuliano Cesarini, cardinale di
                    Sant’Angelo, uomo dottissimo e integerrimo, a Favianis sul Danubio, città che
                    oggi ha il nome di Vienna, e stavamo lungamente discutendo del concilio di
                    Basilea, allora, mentre cenavamo, ci accorgemmo che la terra si muoveva.
                    Johannes Freund [?], ambasciatore renano, che era con noi, diceva che bisognava
                    alzarsi da tavola e andare in uno spazio aperto. [2]
                    Giuliano, allora, disse: «State tranquilli, amici: abbiamo parlato del concilio
                    di Basilea, che ha fatto tremare tutta la Chiesa, ma non l’ha distrutta. Allo
                    stesso modo neppure questo terremoto ci può spaventare».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter33">
        <p>Sul cap. 33</p>
        <p>[1] Kaspar Schlick, che fu cancelliere di tre imperatori,
                    affermava di desiderare che se stesso e tutti i re un giorno diventassero
                    poveri: infatti chi non è mai stato povero, non ha abbastanza compassione.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter34">
        <p>Sul cap. 34</p>
        <p>[1] È molto più grande la gloria se si lascia in vita il
                    nemico invece di ucciderlo, e tanto più glorioso è il trionfo, quanto più
                    numerosi sono i nemici risparmiati.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter35">
        <p>Sul cap. 35</p>
        <p>[1] Apprendiamo dall’imperatore Federico che quei
                    festeggiamenti furono assai fastosi, e che si svolsero in sua presenza durante
                    la Settimana Santa, due anni dopo il Giubileo. [2] Anche
                    noi abbiamo visto rappresentazioni, che i Francesi chiamano “mascherate”,
                    straordinarie e che non hanno uguali, a Losanna, città che si trova vicino al
                    lago Lemano.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter36">
        <p>Sul cap. 36</p>
        <p>[1] Alessandro assunse senza timore il farmaco preparato
                    dal medico Filippo, che Antipatro aveva scritto fosse stato corrotto dal denaro
                    dei Persiani. Entrambi i medici, quello di professione e questo di nome, erano
                    ritenuti sospetti.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter37">
        <p>Sul cap. 37</p>
        <p>[1] Poiché alcuni lanciavano parole oltraggiose contro
                    l’imperatore Federico III, a quanto ricordano coloro che erano a corte, Federico
                    disse: «Forse ignorate che i principi sono esposti come bersagli alle frecce? I
                    fulmini colpiscono le torri più alte e non toccano le case più basse. Ma a noi
                    va bene, se veniamo bersagliati solo dalle parole».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter38">
        <p>Sul cap. 38</p>
        <p>[1] Kaspar Schlick biasimava dinanzi all’imperatore
                    Federico la vita degli ipocriti, e diceva che avrebbe voluto andarsene un giorno
                    in luoghi privi di quei nefandi uomini. [2] A lui Federico
                    disse: «Allora ti tocca andare oltre i Sarmati e l’oceano glaciale. Ma, quando
                    sarai giunto lì, il luogo non sarà del tutto privo di ipocrisia, se soltanto
                    anche tu sei un uomo e non un dio. Tra i mortali infatti non c’è nessuno in
                    nessun luogo che non sia simulatore e falso».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter39">
        <p>Sul cap. 39</p>
        <p>[1] Un tale Antonio, siciliano, professo dell’ordine di san
                    Domenico, tenne un’omelia di fronte ad Alfonso durante la celebrazione in coena Domini; si mostrò al re come se si compiacesse
                    di quel fatto, e quasi come se bisbigliasse dal pulpito, e propose alcune nuove
                    questioncelle sul sacramento dell’eucarestia. [2] A lui il
                    re disse: «Padre, io ti chiedo: un tale aprì un vaso d’oro in cui il mese prima
                    aveva riposto l’eucarestia, e non vi trovò nulla se non un vermetto. [3] Dall’oro, che era mondissimo e purissimo, e sigillato
                    da ogni lato, non sarebbe potuto nascere un verme, neanche per un caso fortuito
                    che lì potesse presentarsi. Il verme quindi s’era prodotto dal corpo di Cristo;
                    ma dalla sostanza di Dio cos’altro potrebbe nascere se non Dio stesso? Dio
                    dunque è un verme. Cosa rispondi a queste cose?». [4] Il
                    monaco rimase in silenzio. Noi che eravamo nella cerchia degli uditori, capimmo
                    che il re non aveva certo frequentato invano le scuole teologiche.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter40">
        <p>Sul cap. 40</p>
        <p>[1] L’Italia, che gode nei cambiamenti e non ha nulla di
                    stabile, non ha più alcuna traccia dell’antico regno, e facilmente potresti
                    veder diventare re chi prima era servo. [2] Il nostro tempo
                    ha venerato Piccinino, figlio di un macellaio, quasi come un re. Concediamogli
                    pure la conoscenza dell’arte militare, ma, a mio parere, rispetto a chi
                    preferisce fuggire o esser preso piuttosto che morire, bisogna ritenere ottimi
                    comandanti in guerra quelli come Giovanni Hunyadi per gli Ungheresi, Scanderbeg
                    per gli Albanesi, Pogebraccio per i Boemi, Alberto margravio di Brandeburgo per
                    i Tedeschi, i quali, benché abbiano vinto spesso i nemici, mai ottennero una
                    vittoria senza perdite. [3] Ma i soldati italiani sembrano
                    dei mercanti, al punto che darebbero cavalli e armi per fuggire liberi, e
                    appunto incassano paghe come mercanti. [4] Dunque, è vera
                    la sentenza del re:</p>
        <p>Preferirei che tuo padre sia Tersite, purché tu sia
                  simile all’eacide Achille e prenda le armi di Vulcano,
                  piuttosto che Achille ti abbia generato simile a Tersite.</p>
        <p>[5] Ma potresti trovare più spesso un Ercole nato da un
                    macellaio, che un Piccinino nato da un Ercole.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter41">
        <p>Sul cap. 41</p>
        <p>[1] Enrico, conte di Gorizia, fu grande e ottimo bevitore.
                    Egli ebbe dalla moglie ungherese, donna nobile e prudente, due figli, che prima
                    della fine dell’infanzia tenne con sé nella sua camera nuziale, ed era solito
                    spesso chiamarli nel mezzo della notte mentre dormivano, e chieder loro se
                    avessero sete. [2] E poiché quelli non gli rispondevano
                    (infatti erano immersi in un sonno profondo), si alzava e beveva vino; ma
                    siccome quelli lo rifiutavano e lo risputavano, rivolgendosi alla moglie disse:
                    «Li hai concepiti da un altro uomo, meretrice: non sono di certo figli miei,
                    questi che dormono tutta la notte senza aver sete».</p>
        <p>[3] Leonard Felsech, nobile cavaliere, quando giunse nella
                    città di Lipsia, in cui i Sassoni apprendono le arti liberali, e suo cugino, che
                    allora era lì per studio, gli chiese perché si trovasse lì e per quanto tempo,
                    un uomo che lo conosceva ed era suo assistente, disse: «Il tuo amico si comporta
                    benissimo: infatti tra tutti gli studenti, e ne siamo millecinquecento, egli
                    solo ottiene la vittoria nel bere». E l’uomo non ritenne di aver detto cose
                    sgradite. È infatti usanza dei Sassoni, quando qualcuno arriva, porre al primo
                    posto chi beve di più, e chiamano trincare questo divertimento.</p>
        <p>[4] Ulderico di Neuhaus, di certo il più importante per
                    ricchezze e autorità tra i nobili boemi, abituò i figli a bere vino, non appena
                    li seppe svezzati, e volle che venissero dati loro non quelli meridionali o
                    bavaresi, che sono più leggeri, ma quelli cretesi, triestini e il Traminer. E
                    all’imperatore Federico che gli chiedeva per quale motivo lo facesse, rispose:
                    «I miei figli, quando si saranno abituati, una volta che saranno cresciuti e
                    avranno iniziato ad amare il vino, berranno sicuri quanto vorranno, e non ne
                    saranno sopraffatti». «Tu sai – disse Federico – che anche Mitridate fu solito
                    fare lo stesso. Ma se mai avrò un figlio, lo odierò se non odierà il vino».</p>
        <p>[5] Del resto, se il cibo dei re è la gloria, come dice
                    Alfonso, non è permesso essere privati di quella gloria, prima di averla
                    conseguita. Le terre d’Italia sono pacificate, e la guerra, se vi è un qualche
                    timore che scoppi, la rivolgerà contro i Turchi, e a quelli si mostrerà
                    temibile.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter42">
        <p>Sul cap. 42</p>
        <p>[1] Viriato non a torto fu chiamato il Romolo degli
                    Spagnoli, Alfonso il Giulio Cesare di quello stesso popolo: se restituisse la
                    pace alla Toscana, lo chiameremmo senz’altro l’Augusto degli Italici.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter43">
        <p>Sul cap. 43</p>
        <p>[1] Non c’è da meravigliarsi se il re, dopo aver letto
                    Curzio Rufo, sì sentì alleviato dalla penosa malattia. Mentre leggeva le imprese
                    di Alessandro da lui raccontate, comprese di essere un ben più grande dominatore
                    del mondo, egli che non cedeva all’ira e al vino, mentre Alessandro se ne lasciò
                    vincere.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter44">
        <p>Sul cap. 44</p>
        <p>[1] Al re sembrò indegno che Vitruvio, che insegna in che
                    modo si possa stare coperti, fosse rimasto scoperto. Ma non conviene che i
                    Senesi, che gli mostrarono i nemici in maniera scoperta, siano lasciati scoperti
                    dal re.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter45">
        <p>Sul cap. 45</p>
        <p>[1] Abbiamo sentito spesso Federico dire che avrebbe
                    preferito esser colto dalla febbre, piuttosto che danzare. Ma i Francesi, per
                    danzare più facilmente, escogitarono l’impiego di vesti che – turpe a dirsi e
                    vedersi – non coprono neppure le natiche. La Spagna segue le frivolezze dei
                    Francesi. L’Italia invece le condanna, le detesta, le rifiuta. Cosa c’è di più
                    turpe di un uomo vestito in modo tale che, quasi nudo, abbia anche le pudende
                    scoperte?</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter46">
        <p>Sul cap. 46</p>
        <p>[1] Dicono che Dante, condotto agli spettacoli, si fosse
                    seduto presso un libraio, la cui bottega affacciava sulla piazza, e, trovato un
                    libro che gli interessava moltissimo, lo lesse con tanta avidità e attenzione,
                    che, tornato a casa, giurò di non aver visto né sentito nulla delle cose che
                    erano state dette o fatte in piazza. [2] Riguardo alla
                    mosca, dato che vi è stato fatto cenno, è il caso di ricordare l’esempio di un
                    principe francese, di cui vogliamo tacere il nome per decenza: era stato
                    preparato per lui e per gli uomini della sua corte un banchetto nel giardino,
                    nel pieno dell’estate, sotto un olmo ombroso, e sciami di mosche, che volavano
                    lì attorno, si precipitavano su cibi e vino. [3] I
                    convitati, ai quali la sozzura di quegli animali provocava nausea, non appena
                    una mosca cadeva in una coppa, gettavano il vino e l’animale, mentre il principe
                    non sopportava di vedere quello scempio e si indignava in silenzio per lo spreco
                    del vino. Ma non osò lamentarsi apertamente dinanzi ai grandi nobili che erano
                    presenti, ma quelli che aveva timore a rimproverare in maniera esplicita a
                    parole, li smosse col suo esempio. [4] Al fanciullo, che
                    davanti a lui scacciava le mosche e gli faceva vento con un ventaglio, ordinò di
                    smettere per un po’. Nel frattempo anche nel suo bicchiere cadde una mosca
                    piuttosto grande. Allora il principe, con volto allegro, afferrò con due dita
                    l’ala destra dell’insetto, e dopo averla scossa per qualche momento sul
                    bicchiere affinché non portasse giù con sé qualche goccia di vino, la gettò a
                    terra. Tutti i convitati seguirono il suo esempio. [5] Non
                    c’è da meravigliarsi se l’imperatore Domiziano si metteva a cacciare tanto
                    spesso quell’animale dannoso e molesto agli dei e agli uomini.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter47">
        <p>Sul cap. 47</p>
        <p>[1] Non fu conveniente che né la tomba di Cicerone né
                    quella di Vitruvio fossero disonorate, poiché, l’uno, parlando, difese gli
                    uomini dalla morte, l’altro, scrivendo, lo difese dalla pioggia. Se solo fosse
                    stato sepolto a Formia quel Vitruvio che ci ha lasciato il libro
                    sull’Architettura!</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter48">
        <p>Sul cap. 48</p>
        <p>[1] Tu ricordi il re pio, che risparmiò persino le pietre
                    di Cicerone con la stessa riverenza che riservò alle ossa di quell’uomo tanto
                    grande. Volesse Iddio che quei marmi con cui è costruito l’arco trionfale
                    trovassero simile venerazione nei posteri! [2] Ma temo che,
                    una volta collocate all’ingresso del castello, quel luogo verrà un giorno
                    attaccato, e non saranno risparmiate né per il ricordo del grande re, né per la
                    sua nobile conoscenza. [3] Siccome il desiderio di
                    comandare esclude ogni altro sentimento, avrei preferito che la sapienza del re
                    consacrasse la sua memoria lì, dove si insinua il timore della sola antichità o
                    della malevolenza.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter49">
        <p>Sul cap. 49</p>
        <p>[1] Il precetto di Ecatone, che Seneca loda molto, «se vuoi
                    essere amato, ama», giustamente, secondo l’affermazione di Alfonso, non può
                    essere riferito a Dio, che non amano tutti coloro che Egli ama. [2] Volesse il cielo che i Senesi, i quali molto amano e rispettano il
                    re Alfonso, non siano ingannati da questa sentenza.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter50">
        <p>Sul cap. 50</p>
        <p>[1] I Senesi non sono meno amici del re rispetto a quanto
                    lo fu il cavaliere Bozzuto: Alfonso preferì salvare la sua casa, piuttosto che
                    farsi costruire l’arco trionfale. Anteponga quindi la salvezza dei Senesi al
                    trionfo del Piccinino.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter51">
        <p>Sul cap. 51</p>
        <p>[1] È proprio del sapiente fare piuttosto che parlare. Il
                    sapiente non parla se non è necessario, e non dice parole vane, ma solo pesate e
                    misurate. Per lo stolto non c’è un momento che non faccia chiacchiere, e
                    facilmente butta fuori parole chi le pronuncia senza pensare.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter52">
        <p>Sul cap. 52</p>
        <p>[1] Confido che la vecchia Siena sarà come quella
                    vecchietta, che la gemma del re curerà, ma che non perderà la gemma, cioè la
                    gratitudine per il beneficio ricevuto. Infatti, finché le sue mura saranno in
                    piedi, sarà fedele e ossequiosa al re e a suo figlio, e ai figli dei figli e a
                    chi nascerà da loro.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter53">
        <p>Sul cap. 53</p>
        <p>[1] Anche quelli nati ed educati in Grecia e in Italia si
                    comportano da barbari. Infatti, cosa si addice di più a un barbaro che vivere di
                    rapina e calpestare ogni giustizia e ogni religione, com’è abitudine degli
                    Italici?</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter54">
        <p>Sul cap. 54</p>
        <p>[1] Ennio, se avesse visto la maggior parte dei re del
                    nostro tempo, credo che non li avrebbe chiamati sovrani ma sovranacci; e anche i
                    prelati della Chiesa, li avrebbe chiamati prelatacci, loro che non mostrano
                    nulla – oltre corone e ornamenti – che sia rispondente alla loro dignità.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter55">
        <p>Sul cap. 55</p>
        <p>[1] È dovere del giusto principe non solo non arrecare
                    ingiuria a nessuno, ma anche proibire – se può – che lo facciano coloro che
                    senza una giusta causa arrecano danni ai propri sudditi. Infatti, secondo quanto
                    afferma Cicerone, colui che non si oppone all’offesa – se può farlo – è
                    colpevole tanto quanto chi offende la patria o i genitori. [2] Per questo motivo, poiché Alfonso ha la possibilità di proibire a
                    Piccinino di arrecare danno ai Senesi, e di affliggere quel pio popolo con una
                    guerra empia, se non lo facesse, non senza ragione sembrerebbe aver trascurato
                    la giustizia e, dunque, epilettico.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter56">
        <p>Sul cap. 56</p>
        <p>[1] Un pittore di Colonia, famoso, ma prodigo, pigro e
                    amante del vino, diede in pegno a dei mercanti molte immagini di Cristo, e
                    preferì, in questo modo, perderle piuttosto che venderle. Quando gli venne
                    chiesto perché piuttosto non le avesse vendute, disse: «Allora volete che io sia
                    Giudeo e non Cristiano!».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter57">
        <p>Sul cap. 57</p>
        <p>[1] Jean Gerson di Westfalia, che fu protonotaro
                    dell’imperatore Sigismondo, dopo la morte di Alberto re dei Romani, visitò i
                    principi elettori a Francoforte, e tentò con ogni mezzo di convincerli a non
                    votare Federico, spargendo notizie inventate sui suoi molti vizi, e non contento
                    di queste cose, mentre Federico si stava recando a Roma per prendere le insegne
                    imperiali, inviò un’epistola piena di cose blasfeme a papa Nicolò V, con la
                    quale tentò di non far incoronare Federico. [2] Nessuna di
                    queste cose sfuggì all’imperatore, e benché potesse far catturare e uccidere
                    l’uomo, gli permise di vivere a Vienna e di avere a disposizione i suoi beni,
                    che non erano pochi.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter58">
        <p>Sul cap. 58</p>
        <p>[1] Per i re un giuramento non vale più di una semplice
                    parola: infatti il principe non può essere obbligato nella volontà in nessun
                    modo. Ma mi vergogno che oggi la fede sia mantenuta più al di là che al di qua
                    dei monti. [2] Per la maggior parte dei nostri principi
                    nati in Italia, si può riscontrare che sono a tal punto ciarlieri, per così
                    dire, che le promesse delle prostitute sono più affidabili delle loro.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter59">
        <p>Sul cap. 59</p>
        <p>[1] Quando Alessandro, dei duchi di Masovia, che era un
                    eccelso bevitore, morì a Vienna, e nella cattedrale di Santo Stefano si
                    celebrava il trigesimo, cui sovrintendevano i canonici alla presenza di molti
                    nobili, un sacerdote entrò assetato nella cantina della prepositura, e affermò
                    di averlo visto camminare in mezzo alle botti e, ritornato in chiesa, poiché
                    trovò i concelebranti che ancora pregavano, disse: «Perché fate queste esequie
                    ad Alessandro? Egli sta lieto e beve nel suo tempio, e voi qui siete arsi dalla
                    sete».</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter60">
        <p>Sul cap. 60</p>
        <p>[1] Consta che moltissimi si siano pentiti di aver ottenuto
                    un regno, ma nessuno si è mai pentito di aver appreso le lettere. La conoscenza,
                    infatti, è simile alla sapienza, che ogni anima brama e non è mai gravosa. [2] Gli affanni di dover reggere un regno hanno oppresso
                    molti uomini, sebbene la follia dei Bolognesi, che tiene in scarso conto tutti i
                    regni, desideri regnare un solo giorno con pericolo mortale.</p>
      </div>
      <div type="chapter" xml:id="chapter61">
        <p>Sul cap. 61</p>
        <p>[1] Questo tributo non può essere imposto presso i Boemi,
                    dove i lupanari e tutti i peccati pubblici sono vietati dalla legge degli
                    Hussiti. I nostri tollerano mali minori, per evitare tutti quelli maggiori. [2] Ma bene fu fatto coi Napoletani, ai quali la giustizia
                    divina ha dato questo re, sotto la cui guida si arricchiscono e si innalzano. Se
                    vorranno essere riconoscenti, renderanno memoria eterna ad Alfonso, che ha
                    portato qui le ricchezze di tutti i suoi regni.</p>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>