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        <title>Lettera di Fortunato a Guglielmo Ferrero</title>
        <author>Fortunato, Giustino</author>
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          <name>Carmine Cassino</name>
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          <resp>transcription by</resp>
          <name>Carmine Cassino</name>
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          <resp>main editor</resp>
          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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        <publisher>Bup - Basilicata University Press</publisher>
        <pubPlace>Potenza</pubPlace>
        <date>2026</date>
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          <bibl type="edition">"Categgio", vol. I – 1865-1911, a cura di Emilio Gentile, Bari, Laterza, 1978, p. 111-112</bibl>
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            <idno>Linea 1_Fort.70</idno>
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              <p>Lorem ipsum dolor sit amet</p>
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        <language ident="it">Italian</language>
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          <lang>italian</lang>
          <persName>Fortunato, Giustino, 1848-1932</persName>
          <settlement>Rome, Lazio, Italy</settlement>
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          <persName>Ferrero, Guglielmo, 1871-1942</persName>
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        <date>1906</date>
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        <p>Roma, 18 giugno 1906</p>
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        <p>Mio caro amico,</p>
        <lb />
        <p>
          […] A Pag. 58 e a p. 59 in nota della mia
          <placeName key="Abbazia di San Michele Arcangelo (Monticchio)" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q19545267">Badia di Monticchio</placeName>
          io già feci, su la fede di Strabone, un confronto tra l’Italia del Nord e l’
          <placeName key="Italia Meridionale" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q2250397">Italia del Sud</placeName>
          a’ tempi di Augusto, interamente pari al confronto moderno. Se avessi tempo e forza per dire tutto quello che penso io attorno a ciò! Credi pure che, nelle regioni del latifondo, l’
          <placeName key="Italia Meridionale" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q2250397">Italia del Sud</placeName>
          è oggi così com’era a’ tempi di Augusto: per alcun verso, inferiore. Un latifondo, presso
          <placeName key="Montemilone" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q52610">Montemilone</placeName>
          , aveva un mirabile acquedotto sotterraneo; un altro, presso
          <placeName key="Melfi" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q30565">Melfi</placeName>
          , una colossale cisterna o, meglio, serbatoio d’acqua;
          <placeName key="Conza della Campania" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q55031">Conza</placeName>
          un magnifico edificio per terme pubbliche. Eccetera, Eccetera. La pastorizia nomade, come oggi: i «tratturi», come oggi, da Rieti all’ultimo lembo di Puglia (Varrone). Come oggi (o, per meglio dire, come fino a trent’anni fa) il brigantaggio; come oggi, e tuttora viva purtroppo, quella inesauribile intricata questione che è la questione demaniale. Eccetera, eccetera.
        </p>
        <p>In quanto alla malaria, io ne ho appena fatto parola a p. 104, in nota, della Badia di Monticchio. Personalmente, non mi si è offerta mai l’occasione di dire della malaria meridionale nell’antichità. Io sono sicurissimo che l’Italia Meridionale era malarica, così come oggi, meno forse – in quanto alla intensità – su le rive del Ionio, per molte ragioni che non è qui il caso di dire. Nella raccolta degli «Annali di agricoltura» di 25 anni fa, se non ricordo male, ci sono due lavori, abbastanza serii e importanti, intorno alla malaria nel Lazio, ed anche intorno alla malaria in genere, come risulta dagli scrittori. Ti sarà facile averli dalle pubbliche biblioteche. Insomma, la mia opinione è:</p>
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        <p>1)	L’Italia Meridionale era malarica, come oggi, non più di oggi, non più – specialmente – come nel Medio Evo e nell’Evo moderno fino a tutto il secolo XVIII. La Magna Grecia fu distrutta dalla malaria.</p>
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        <p>2)	Anche la storia antica dell’Italia meridionale rimane inesplicabile, senza quella maledetta condanna della malaria, che resta e rimarrà a lungo incomprensibile per voi settentrionali.</p>
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        <p>Tu perdonami il male e affrettato modo in cui ti scrivo.</p>
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