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        <title>Crepuscolo a Melfi: F. Lenormant</title>
        <author>Lenormant, François</author>
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          <resp>transcription by</resp>
          <name>Sara Petta</name>
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          <resp>main editor</resp>
          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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        <publisher>BUP - Basilicata University Press</publisher>
        <pubPlace>Potenza</pubPlace>
        <date>2026</date>
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          <bibl type="edition">A. Mozzillo, Viaggiatori stranieri nel Sud, Milano, Edizioni di Comunità, 1982</bibl>
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        <date>1982</date>
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          Crepuscolo a
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        <p>
          La
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          attuale non ha industrie, quasi tutti quelli che hanno un mestiere, e son pochissimi, si dedicano contemporaneamente all’agricoltura. Tutto il suo commercio, abbastanza attivo, è basato sui prodotti delle campagne circostanti. Come le altre città della
          <placeName key="Puglia" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1447">Puglia</placeName>
          , soprattutto quelle che non sono porti di mare e si trovano nell’entroterra,
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          non è abitata che da proprietari terrieri, quasi tutti nobili (qui in effetti la borghesia non esiste), e da contadini, semplici braccianti di condizione miserabile, che ogni mattina partono prima dell’alba per andare a lavorare nei campi, spesso a parecchie migliaia di distanza, e non ritornano che al tramonto. Niente di più pittoresco dello spettacolo che offrono all’imbrunire le vie del sobborgo, al momento del loro ritorno. Uomini e donne rientrano allora a gruppi con passo lento e stanco, portando sulle spalle la marra e la zappa con le quali hanno scavato la terra, e sul capo panieri di granaglie o di frutta, o fasci di erba destinati alle bestie, spingendo davanti a sé certi svelti asinelli che arrancano stracarichi di ortaggi, di ceste d’uva, di sacchi di grano, di fascine raccolte nei boschi vicini. Alcuni di questi contadini recano in braccio i bambini che hanno portato nei campi e si chinano su di loro con una commovente espressione di tenerezza. Altri più grandicelli, lasciati a casa, accorrono incontro ai genitori e gli si gettano al collo con grida gioiose che si mescolano ai muggiti delle vacche e ai belati delle pecore che i pastori riconducono dal pascolo, al latrare dei cani e al tintinnare dei campani. In quel momento tutto è rumore e movimento festoso; ad aumentare il tumulo, del quale si compiacciono tutti i popoli meridionali, i ragazzini fanno scoppiare petardi nella via, dalle bettole si sentono venire canti e suono di tamburelli, giacché la gioventù si riposerà, ballando, delle fatiche della giornata. È uno spettacolo che si ritrova in tutte le città della regione ma che non stanca mai, e la prima volta che vi assiste il viaggiatore, che nulla ha visto di simile sotto i nostri cieli, ne rimane incantato.
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