<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title>Il professore di matematica: M. La Cava</title>
        <author>La Cava, Mario</author>
        <respStmt>
          <name>Sara Petta</name>
          <resp>transcription by</resp>
        </respStmt>
        <respStmt>
          <name>Sara Petta</name>
          <resp>mark-up by</resp>
        </respStmt>
        <respStmt>
          <resp>main editor</resp>
          <name>Fulvio Delle Donne</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>BUP - Basilicata University Press</publisher>
        <pubPlace>Potenza</pubPlace>
        <date>2026</date>
        <availability>
          <licence target="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/4.0/">Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0)</licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <listBibl>
          <bibl type="edition">«Civiltà delle Macchine», a. II, n. 5, 1954, p. 45.</bibl>
          <bibl type="bibliography" />
          <bibl type="source-register" />
          <bibl type="primary-source" />
          <bibl type="tradition" />
          <bibl type="main_source" />
        </listBibl>
        <msDesc>
          <msIdentifier>
            <idno>Spiritus loci -54</idno>
          </msIdentifier>
          <msContents>
            <summary>
              <p>
                <hi rend="italic">
                  Il maggiore scrittore di favole che abbia avuto l’
                  <placeName key="Italia" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q38">Italia</placeName>
                  moderna e che è tutto ancora da scoprire: il prof.
                  <persName key="Capasso, Giovanni">Capasso</persName>
                </hi>
              </p>
              <span type="notes" />
            </summary>
          </msContents>
          <physDesc>
            <objectDesc form="modern_print">
              <p>Lorem ipsum dolor sit amet</p>
            </objectDesc>
          </physDesc>
        </msDesc>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <profileDesc>
      <langUsage>
        <language ident="it">Italian</language>
      </langUsage>
      <textClass>
        <keywords>
          <term type="form">prose</term>
          <term type="genre" />
          <term type="function" />
          <term type="source" />
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
    
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <docDate>
        <date>1954</date>
      </docDate>
      <div type="text">
        <p>Il professore di matematica</p>
        <p>
          <persName key="Capasso, Giovanni">Giovanni Capasso</persName>
          , il maggiore scrittore di favole che abbia avuto l’
          <placeName key="Italia" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q38">Italia</placeName>
          moderna, e che è tutto ancora da scoprire, è nato a
          <placeName key="Picerno" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q52634">Picerno</placeName>
          , in provincia di
          <placeName key="Potenza" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q3543">Potenza</placeName>
          , il 21 aprile del 1873, ed è morto a
          <placeName key="Salerno" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1083">Salerno</placeName>
          , per un’infezione alla prostata, il 23 ottobre del 1946. Sembra che abbia portato dalle desolate contrade della
          <placeName key="Basilicata" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1452">Basilicata</placeName>
          che lo aveva visto nascere, il suo oscuro destino di umiltà e di saggezza.
        </p>
        <p>
          Non solo questo, evidentemente; e nemmeno tutto per colpa d’uomini o per effetto di circostanze avverse. In realtà
          <persName key="Capasso, Giovanni">Giovanni Capasso</persName>
          non volle uscire dall’inedito per un suo ideale di modestia e di prudenza, al quale preferì rimanere fedele in tutta la sua vita. c’è una favola, la prima, del suo primo volumetto del 1925, «Paralipomeni di
          <persName key="Fedro" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q52166">Fedro</persName>
          ,», l’unico che pur avendo stampato a sue spese all’insegna dell’
          <placeName key="Ateneo G. Galilei">Ateneo G. Galilei</placeName>
          di
          <placeName key="Salerno" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1083">Salerno</placeName>
          , ammise alla vendita, che è importante per l’indicazione che dà del suo orientamento di vita. Parafrasando la sorte dell’intellettuale nel mondo, fa dire dalla pecora all’agnello come l’unica speranza di salvezza nel bosco sia l’essere ignorati. Proprio quello che
          <persName key="Capasso, Giovanni">Giovanni Capasso</persName>
          ricercò con delicata, ma costante fermezza, nel corso della sua vita.
        </p>
        <p>
          Illustrarla in qualche suo aspetto è forse necessario per meglio intendere la sua arte sottile che trova nell’ideale di saggezza dell’A. il motivo più forte della sua ispirazione. Egli era un modesto professore di matematica e fisica, cioè della scienza meno comunicativa tra gli uomini, nel
          <placeName key="Liceo Luigi Settembrini">Liceo privato Luigi Settembrini</placeName>
          di
          <placeName key="Salerno" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1083">Salerno</placeName>
          . Solitario e poco socievole, secondo ci informa gentilmente il prof.
          <persName key="Sinno, Andrea">Andrea Sinno</persName>
          , direttore della
          <placeName key="Biblioteca Provinciale di Salerno" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1083">Biblioteca Provinciale</placeName>
          di quella città, aveva tuttavia pochi amici affezionati. Non aveva voluto mai sposare. Non ebbe cariche pubbliche. Capitati a
          <placeName key="Salerno" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1083">Salerno</placeName>
          nel 1950, quattro anni dopo la sua morte, trovammo qualcuno che lo ricordava ancora per la fama che aveva acquistato di uomo dotto e riservato. Apprendemmo che viveva solo e che una donnetta del popolo, sua vicina di casa, gli faceva i servizi. Appassionato raccoglitore di libri, fece poi dono di essi alla
          <placeName key="Biblioteca Provinciale di Salerno" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1083">Biblioteca Provinciale di Salerno</placeName>
          . Morì a 73 anni, dopo avere lungamente sofferto.
        </p>
        <p>
          A 52 anni diede alle stampe la sua prima opera di creazione, quei «Paralipomeni di
          <persName key="Fedro" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q52166">Fedro</persName>
          », che nell’uso stesso del verso, non più ripetuto nelle opere successive tutte in prosa, rivela ancora l’immaturità della sua esperienza artistica. Il mondo morale è già chiaramente delineato, ma i risultati artistici delle 32 composizioni sono notevolmente disuguali. Contemporaneamente fece stampare la traduzione in versi delle favole di
          <persName key="Esopo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q43423">Esopo</persName>
          ; quelle di
          <persName key="Fedro" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q52166">Fedro</persName>
          erano state pure tradotte in versi e stampate due anni prima: e dopo ebbero altre edizioni, probabilmente per il successo incontrato tra gli scolari. Precedentemente
          <persName key="Capasso, Giovanni">Giovanni Capasso</persName>
          si era interessato intorno all’antica Scuola Salernitana con due studi di erudizione, anch’essi dati alle stampe.
        </p>
        <p>
          Dopo i «Paralipomeni di
          <persName key="Fedro" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q52166">Fedro</persName>
          », vennero le sue più importanti opere di creazione: gli «Spunti esopiani» del 1931, i «Nuovi spunti esopiani» del 1936, e gli «Ultimi spunti esopiani» del 1939, tutti stampati in pochi esemplari fuori commercio presso le Edizioni dell’Ateneo G. Galilei, di
          <placeName key="Salerno" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1083">Salerno</placeName>
          : complessivamente oltre 305 favole. Ignoriamo se abbia scritto altro negli ultimi sette anni di vita, ma è poco probabile: l’A., nell’ultima sua favola, spiega le ragioni del suo silenzio futuro: la Noia, arbitra suprema di tutto. Era stata lei con la sua molestia a dettargli le sue fantasie, per svago: egli aveva poi continuato per suo intrinseco piacere, ed era di nuovo lei che ora gli spezzava la penna in mano.
        </p>
        <p>Opera dunque verosimilmente composta, in base alla data di stampa dei volumetti, negli anni della tarda maturità e della vecchiezza dell’A. per questo non si può parlare di evoluzione nel suo stile, costante nelle sue caratteristiche di intellettuale freddezza. Solo verso la fine sembra che una leggera sfumatura di maggiore malinconia gli prenda la mano.</p>
        <p>
          Imperversava allora la dittatura fascista. Quale mezzo migliore della favola per esprimere liberamente il proprio pensiero? Più il mondo impazziva, più
          <persName key="Capasso, Giovanni">G. Capasso</persName>
          diventava saggio: fino a quel grado supremo, di saggezza che consiste nella rinunzia stessa dell’opera di fantasia, e non per impotenza. A che pro, se la vita aveva raggiunto un perfetto equilibrio, nel dominio di se stesso e del mondo?
        </p>
        <p>
          Certamente a lui non avrà fatto molta impressione l’inaspettata lode del
          <persName key="Pancrazi, Pietro" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q3904127">Pancrazi</persName>
          sul «Corriere della Sera». Il successivo
          <persName key="Svevo, Italo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q216478">Italo Svevo</persName>
          , giunto tardivamente alla fama in quegli anni, non lo avrà tentato, se di pochi anni posteriore è quella rinunzia suprema all’arte di creazione, di cui è parola nell’ultima favola che abbiamo ricordata.
        </p>
        <p>
          Ma diversamente da quello che è accaduto allo
          <persName key="Svevo, Italo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q216478">Svevo</persName>
          , l’arte sottile e complessa di
          <persName key="Capasso, Giovanni">G. Capasso</persName>
          , quale venne riconosciuta dal
          <persName key="Pancrazi, Pietro" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q3904127">Pancrazi</persName>
          , non destò alcun interesse palese. Nessun altro parlò più di lui: ed omaggi privati debbono considerarsi tanto i due volumetti di poesie in dialetto milanese di
          <persName key="Bolza, Giorgio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q17279892">Giorgio Bolza</persName>
          , con illustrazioni di
          <persName key="de Finetti, Gino" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1525133">Gino Finetti</persName>
          in uno di essi, del 1940 e 1942, quanto il volumetto in versi italiani di
          <persName key="Lanzalone, Fernanda Mandina">Fernanda Mandina Lanzalone</persName>
          , del 1941, tutti ispirati dalle favole di
          <persName key="Capasso, Giovanni">Capasso</persName>
          .
        </p>
        <p>Né per il fatto che egli era poco abituato all’interessamento degli altri, c’è da credere che una dimostrazione qualunque di simpatia potesse farlo uscire dal suo consueto tratto di superiore distacco. Quando gli scrissi per ringraziarlo dei volumetti che mi aveva inviato in dono dietro mia richiesta, e spontaneamente gli promisi una recensione per il tempo in cui fossero stati pubblicati da un grande editore, la sua garbata risposta non tradì né l’ironia che pur sarebbe stata lecita per quella mia uscita maldestra, né l’orgoglio di chi doveva pur conoscere il suo valore.</p>
        <p>In seguito, espresso incautamente il mio parere di leggera delusione per l’ultima sua opera, restai turbato delle franche parole di ringraziamento che ricevetti. La sua umiltà andava al di là delle mie intenzioni: e io poi negli anni successivi riconoscevo che quel libretto non era forse inferiore ai precedenti che maggiormente avevo lodato.</p>
        <p>Seppi pure di lui che un distacco incipiente di retina gli minacciava la vista. Egli, in una sua cartolina (scriveva sempre su cartoline postali) si scusava di non potermi guidare coi suoi consigli nei lavori che allora stavo componendo, per via di quel male: e ciò era detto con quella sua serena freddezza depurata dalle passioni, che io ben gli conoscevo dalle favole.</p>
        <p>
          Così come poco io sapevo della sua vita, altrettanto poco ne sapeva il
          <persName key="Pancrazi, Pietro" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q3904127">Pancrazi</persName>
          . Probabilmente il
          <persName key="Capasso, Giovanni">Capasso</persName>
          lo avrà ringraziato del suo interessamento con quella garbato noncuranza che aveva adoperato con me, allontanandomi dal proposito di rendermi sollecitamente utili in qualche modo. Quando lo feci, nel 1951 mi pare, con due articoli usciti uno sul «Mondo», e l’altro su «L’Aironi», rivista della provincia calabrese, nei quali parlavo solo per inciso del
          <persName key="Capasso, Giovanni">Capasso</persName>
          , egli era morto da alcuni anni. La malinconia del suo destino mi ispirò allora quelle parole; ed è essa che mi fa ancora parlare.
        </p>
        <p>
          In realtà
          <persName key="Capasso, Giovanni">Giovanni Capasso</persName>
          fu un uomo avveduto, un osservatore profondo delle leggi naturali, un cuore sensibile. Lo ricaviamo, a parte le illazioni biografiche, dalla conoscenza delle sue opere modeste. Il suo acume non viene mai meno, sia che si tratti di giudizi ispirati dalle vicende politiche (si noti «Il Ragno e le Farfalle») o di questioni letterarie («Senso riposto») o di educazione dei bambini («La scuola della lumaca») ecc. Si delinea piano piano la figura di un saggio antico, coraggioso nella valutazione e nella condotta della vita, ma senza pose gladiatorie, indulgente con tutti, pur senza debolezze né per sé né per gli altri. La sua prudenza è pari alla sua bontà, la coscienza del proprio valore è uguale alla modestia più schietta. Vede le cose del mondo da uomo che si aspetta il peggio, ma senza amarezza, con cuore spartano. Certo la sua figura cresce nella nostra considerazione man mano che si procede nella lettura ed è come il segreto commento che valorizza le singole favole. Immagine di saggio, quella del
          <persName key="Capasso, Giovanni">Capasso</persName>
          , non ricercata dall’arte letteraria che tende obiettivamente ad altro, nella sua ricerca di rappresentazione del mondo, ma ottenuta senza proposito dalla suggestione della realtà umana sottintesa nelle sue composizioni.
        </p>
        <p>
          Il
          <persName key="Capasso, Giovanni">Capasso</persName>
          viveva prima le sue favole, e non solo con la fantasia, e poi le scriveva con ingenuo trasporto. Quella era la sua vita, della quale era pago; e se anche a noi essa ci è sembrata, nella sua oscurità costante, degna di compianto, ciò non sarà dipeso che dal comune errore di prospettiva dei moderni che non possono concepire la vita diversamente di una corsa al successo.
        </p>
        <p>
          <persName key="Capasso, Giovanni">Giovanni Capasso</persName>
          vinceva, non se i fogli del tempo lo avessero portato alle stelle, ma se la sua condotta fosse stata coerente ai lumi dati dalla mente. Non esagerazione, ma discrezione: piccolo ideale, forse, ma quanto difficile!
        </p>
        <p>Ed entro tale raggio modesto, egli vide i cieli vuoti, da quando la critica della mente li aveva penetrati.  Disperarsi per questo? Oh no, ma fare fronte coraggiosamente al destino! Da una parte stanno i malvagi, isolato nella sua difesa sta l’uomo buono! Una battaglia è ingaggiata che durerà in eterno. La realtà non può mutare. Forme diverse potrà avere il malvagio, ma non sarà per questo meno malvagio. E che cosa ci aspetta in fondo alla vita? La morte, di cui non ci accorgiamo lavorando, la morte di cui ottima mezzana è la disperazione perché sia accettata; ma che forse è meno temibile di quello che appaia, una volta che le si sia caduti dentro la fossa che ci ha preparato, se è vero che ci libera dal tormento della difesa. Tutto nel mondo è illusione, l’amore soprattutto, e il saggio, per contrasto delle vane apparenze, ha ben motivo di ridere. Illusione è perfino la cultura, quando si è arrivati all’estremo grado di essa. Non resta che la Noia suprema reggitrice della vita superiore, quel sentimento che anticipa il sapore della morte del nostro cuore, quel sentimento che ci rende maturi per il più perfetto distacco. Si può allora morire.</p>
        <p>
          Tale il mondo morale dell’A. ricostruito per sommi capi e che indubbiamente ha innumerevoli altri aspetti per la frammentarietà in cui esso si presenta nella costruzione perfetta delle favole, come accade, di solito, ai moralisti. I risultati poetici sono notevoli. Non si può parlare più ormai di invenzioni assolute, tutto essendo stato detto fin dal tempo di
          <persName key="Esopo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q43423">Esopo</persName>
          . Quella meravigliosa evidenza, trovata dal vecchio scrittore che si perde quasi nel mito della esperienza popolare, non è più consentita ai moderni. Le osservazioni fondamentali sono state fatte, non restano che le variazioni su di esse. E
          <persName key="Capasso, Giovanni">Giovanni Capasso</persName>
          è straordinariamente ricco di trovate e di spunti. Fa parlare non solo gli animali e l’uomo, ma le piante, gli oggetti inanimati perfino, con effetti di singolare rilievo. Tutto in uno stile pacato, soffuso di ironici sottintesi, divertente, sonante spesso di arguzie, fermo nel rifiuto dei sentimenti e delle immaginose divagazioni. Capasso parla poco, e bene. Non ci sono vezzi dialettali in lui o parole meno che compite, senza pedanterie professionali. Tanto meno compiacenze barocche di dubbio gusto o faticose ricerche di poetiche atmosfere.
        </p>
        <span type="notes" />
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>