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      <titleStmt>
        <title>Al mare Jonio: Nicola Sole</title>
        <author>Sole, Nicola</author>
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          <resp>transcription by</resp>
          <name>Sara Petta</name>
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          <name>Sara Petta</name>
          <resp>mark-up by</resp>
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          <resp>main editor</resp>
          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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      <publicationStmt>
        <publisher>BUP - Basilicata University Press</publisher>
        <pubPlace>Potenza</pubPlace>
        <date>2026</date>
        <availability>
          <licence target="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/4.0/">Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0)</licence>
        </availability>
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          <bibl type="edition">L'arpa lucana. Canti di Nicola Sole, Lucania, Stabilimento tipografico di V. Santanello, 1848, pp. [27-60]</bibl>
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            <idno>Spiritus loci, Sole2</idno>
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        <language ident="it">Italian</language>
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          <term type="form">poetry</term>
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      <docDate>
        <date>1848</date>
      </docDate>
      <div type="text">
        <p>
          AL
          <placeName key="Mare Jonio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q37495">MARE
    JONIO</placeName>
        </p>
        <p>Oh come, oh come
                        
    
                            gli ebbri miei sguardi all'incantevol vista
                        
    
                            si raccendon di speme!-In questa dolce
                         
    
                            amica solitudine vorrei
                        
    
                            solo restarmi, e parteggiar l'omaggio
                        
    
                            di queste limpid'onde col sereno
                        
    
                            spirto del loco!</p>
        <p>
          <persName key="George Gordon, Byron" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q5679">Byron</persName>
        </p>
        <p>1.</p>
        <p>
          È bello il ciel, che ti fa tenda, o antico
          <placeName key="Mare Jonio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q37495">Jonio</placeName>
          sublime: del più fosco azzurro 
    antelucano ei pinga i tuoi profondi 
    seni vocali; di rubini ardenti 
    o di pallide rose ei ti cosparga, 
    o che risorga o che tramonti il sole, 
    è bello il ciel, che ti fa tenda, o antico
          <placeName key="Mare Jonio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q37495">Jonio</placeName>
          sublime. E in te si specchia, e tutto 
    di sua divina leggiadria t'informa 
    l'itala Donna, che sull'Alpe aderge 
    la coronata fronte, e il piè ne' tuoi 
    tepenti flutti, antico
          <placeName key="Mare Jonio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q37495">Jonio</placeName>
          ,asconde; 
    l'itala Donna, a cui nel cor virile 
    arde l'incendio de' Vulcani, e a cui
    de l'Alpe il gelo la ragion matura, 
    e ne' proposti la rafferma. Iddio 
    di tre mari l'ha cinta: e tu, sublime
          <placeName key="Mare Jonio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q37495">Jonio</placeName>
          ,quell'acque irrequïete accogli 
    fra le cerule braccia, e le componi; 
    onta, gran tempo, o italiani, a noi 
    dissociati e sparsi! Ove più cupo
    rompe il grido di
          <placeName key="Scilla" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q54666">Scilla</placeName>
          ,ove solenne 
    di Leuca il Capo la quïeta avvalla 
    solitaria penombra, ivi tu lieto 
    l'onde Adriache ragguaglie e le Tirrene. 
    Ivi trassi ramingo, a quella bruna 
    perpetua vece di correnti, a quello
    palpito eterno di gementi flutti 
    pacificati in un amplesso, e dissi: 
    quale amor vi affatica, o tre fratelli 
    Itali mari? Qual dolor, qual forte 
    necessità di rivedervi scuote 
    i vostri fianchi immensi, e le intentate 
    viscere? Arcana, come Dio, vi muove 
    quell'indomabil simpatia, che pure 
    arde nell'uom perennemente, e il preme 
    perennemente nel desio d'un bene, 
    cui disperato anela, e mai trova? 
    O lamentate le catene e il nostro 
    lutto, o mari fratelli?
        </p>
        <p>2.</p>
        <p>
          Eccomi: io solco,
          <placeName key="Mare Jonio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q37495">Jonio</placeName>
          , le tue pianure. Alta ne' cieli 
    la notte assorge. Nel tuo curvo lido 
    splendono i fuochi de' casali, e lunge 
    di stelle falsan la sembianza. Spira 
    il più caro levante, e a me gli affetti, 
    al mio bruno naviglio apre le vele.
        </p>
        <p>3.</p>
        <p>
          Quando suonò la voce onnipossente, 
    che pose leggi all'acque, e sovra i mari, 
    aura tremenda, vïaggiò Jehòva,
          <placeName key="Mare Jonio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q37495">Jonio</placeName>
          , covrivi questo letto, o bello 
    de' tuoi giovani frutti, altri velavi 
    interminati abissi, altre scuotevi 
    disabitate sponde? Immensa, arcana 
    è la notte de' tempi. Unica luce, 
    e dubbia forse, che la rompa, è il grido 
    de le passate genti a le novelle 
    genti trasmesso, o de' pensanti il guardo 
    vïolator de la profonda terra. 
    Altri, o
          <placeName key="Mare Jonio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q37495">Jonio</placeName>
          , tu forse, altri tenevi 
    ceruli regni allora. Ov'oggi immensi 
    si stendono i deserti, ove solinga 
    ride l'Oäsi ed il
          <placeName key="Sahara" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q6583">Sahara</placeName>
          avventa 
    verso un ciel senza sponde un mar d'arene, 
    ivi tu forse il palpito primiero,
          <placeName key="Mare Jonio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q37495">Jonio</placeName>
          , sentisti in grembo a le sonanti 
    acque novelle; e qui, dove or tu posi, 
    eran campi, pasture, alberi, monti, 
    uomini, colpe... e tirannia fors'anche. 
    Onde la provocata ira celeste 
    ruppe gli argini al mare, e l'empia Terra 
    fra le procelle avvolse. E allor tu stesso, 
    or sì limpido e piano, allor tu stesso 
    il tempestoso padiglion de' l'acque, 
    ruggendo, alzasti a le colline, ai monti, 
    agli altissimi monti, al cielo. E quando 
    su la vïaggiatrice arca sorrise 
    l'iride giovinetta, il riversato 
    mar seminando d'amorosa luce; 
    e l'errante colomba iva radendo 
    le decrescenti acque composte, e gaie 
    vennero a l'aria le montagne, e Dio 
    benedisse a la Terra, allor tu forse 
    solennemente trasmigrasti ai curvi 
    lidi, ch'or bagni. Meraviglia al sole, 
    fiorîr di boschi i disertati abissi, 
    e suonâr di città.
        </p>
        <p>4.</p>
        <p>
          Salve! Tu prima 
    (se ne le prische età non erra il carme) 
    tu prima, da la fosca onda degli anni 
    spinta, ponevi le tue tende in queste 
    rive odorate, o generosa e forte 
    tirrenia prole. Vergini boschetti 
    d'aranci e di mortelle ivan siepando 
    questi flutti lucenti: e, mentre al sole 
    le cavalle pascean su le pianure, 
    tu, riposata a l'ombra, inni campestri, 
    l'ora estiva ingannando, alto cantavi. 
    Io vidi spesso la novella luce 
    sorger da l'acque; colorar gli estremi 
    lembi del mar di porpora fiammante; 
    de' monti avversi redemir le creste 
    di vivissimo foco: indi, fugate 
    le vaporose ombre notturne, in cielo 
    crescer sovrana e folgorante, e tutta 
    in aureo rnanto avviluppar la Terra 
    così la prisca civiltà per voi,
    o vaganti Tirreni, in queste piagge 
    diffuse i rai de l'immortal suo disco, 
    ch'indi schiarò l'
          <placeName key="Europa" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q46">Europa</placeName>
          : e a queste arene, 
    tipo miglior de la progenie umana, 
    così venne il
          <persName key="Pelasgo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1636827">Pelasgo</persName>
          , e qui la sacra 
    dei nostri Padri sapienza arcana 
    trapiantò, che fu poscia immenso stame 
    de la gemmata tunica civile, 
    Che i fianchi avvolse al barbaro occidente; 
    fu vivo sol, che per mutar di etadi 
    ancor non manca di splendor, ma pari 
    al
          <persName key="Titone" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q737306">Titon</persName>
          de le favole gentili,
    giovine sempre ed indomato, informa 
    de' primi veri ogni novella idea, 
    ogni ardimento degli umani.
        </p>
        <p>5.</p>
        <p>
          O Magna 
    Grecia, qui fosti! Questo mar fu specchio 
    a le tue scuole cittadine, ai tuoi 
    interrogati oracoli supremi, 
    ai tuoi contesi portici. Qui fosti,
    classica Terra,
          <placeName key="Magna Grecia" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q184313">Magna-Grecia</placeName>
          ! Ah dite, 
    stelle dei ciel, che de la stessa luce 
    le sue notti allegraste, evvi mai cuore, 
    italo cuor, che di possenti affetti 
    su quest'onde non arda, e di quei colli 
    pei soävi contorni alto sull'ale 
    del sovvenir non erri? Oh quante ville, 
    quante città per quel ricurvo lido! 
    Quanta gagliarda gioventù, qual prode 
    popol vi stette, libero, gigante 
    immaginoso! Eran per lui le stelle 
    popolate di spirti: alberi, fonti, 
    fiumi, boschi, dirupi, eran d'arcane 
    intelligenze alberghi. Incantatrici
          <persName key="Nereidi" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q54230">Nereidi</persName>
          per quest'onda ivan cantando: 
    da le profonde scive uscian le Ninfe 
    composte a danza de le stelle al raggio. 
    Fatidiche cortine ondavan lente 
    sul limitar de' delubri: perenni
    ardean le fiamme sul riposto altare. 
    Ridea l'olimpo sui tuoi flutti aperto, 
    o fantastico
          <placeName key="Mare Jonio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q37495">Jonio</placeName>
          ; e tu parevi 
    anfiteatro d'acque, a cui ghirlanda 
    fean umili colline, alte montagne 
    Greche, Japigie, Sicule, Lucane 
    e di
          <placeName key="Regno di Morea" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q16958904">Morea</placeName>
          le balze: anfitëatro, 
    su cui fraganti d'immortal profumo 
    scendean gli Eterni a visitar la terra. 
    Lucenti cocchi ivan per l'aria, arcane 
    melodie da quest'onde uscian portate 
    dei zefiri sull'ale e de' favonî. 
    Liberi amori ardëano nel colmo 
    petto di balde vergini, a guerrieri 
    cocenti amplessi abbandonate. Oh i tempi 
    de la forza, del senno e de la vita! 
    Compaginata di più forti nervi, 
    men dal tedio evirata, emunta meno 
    da ridolenti ozî nefandi, un'alta 
    stirpe tenea queste campagne, e queste 
    verdeggianti pianure! Irrequïete 
    scendeano i Genii de la patria intorno 
    agl'inaccessi lari, a le vegliate 
    civiche porte! De la Guerra al grido 
    confederata gioventù pugnava 
    sanguinose battaglie. Odi nel vallo 
    suonar le trombe: sterminato piano 
    d'auree messi coperto è l'ampio circo 
    dei volanti guerrieri: ecco da lunge 
    di sfrenati cavalli onda crescente 
    venir col suon de la tempesta incontro
    ad un'altr'onda di cavalli: avanti! 
    Avanti, o prodi! Dei poëti il grido 
    le pianure discorra e l'aria e l'onda: 
    freme il vento ne' grani, e l'auree spiche 
    stridon lambendo i lacerati fianchi 
    dei fumanti destrieri: ecco, le colme 
    messi mature un mar di sangue incesta: 
    nel tripudio dell'ira ecco caduti 
    mille gagliardi giovinetti: anch'essi 
    i feroci cavalli, al cor feriti, 
    fra le compresse sanguinose cinghie 
    spirando esultan resupini al sole. 
    Bello é morir sul campo: avanti, avanti! 
    Sul niveo carro la Vittoria appressa 
    le vincenti città; scende la morte 
    coi mille estinti all'Erabo. Beäti 
    per la patria i caduti! Eterna ad essi 
    la cittadina lode, il voto ardente 
    de le gementi vergini deserte, 
    e la luce del canto. O voi del
          <placeName key="Bradano" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q848877">Brada</placeName>
          storiche sponde! fragorose ripe 
    dell'
          <placeName key="Agri" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q396520">Aciri</placeName>
          e del
          <placeName key="Sinni" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1187923">Sinno</placeName>
          ! o sacri pioppi 
    del
          <placeName key="Crati" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q660005">Crati</placeName>
          ! io vi saluto, io vi saluto
    colla novella e colla età mancita! 
    O famosa
          <placeName key="Crotone" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q6681">Cotrone</placeName>
          ! o Tarantino 
    golfo, speranza, asilo ultimo e tomba 
    ai tornati dell'
          <placeName key="Monte Ida" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1127771">Ida</placeName>
          eterni
          <persName key="Achei" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q191962">Achei</persName>
          ! 
    O mura di
          <placeName key="Petilia Policastro" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q54513">Petilia</placeName>
          ! o
          <placeName key="Locri" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q54619">Locri</placeName>
          ! o verdi 
    campi del
          <placeName key="Neto" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q609648">Nieto</placeName>
          ! io vi saluto e canto. 
    Noverator di divinate glebe 
    su voi non langue il pensier mio, ma caldo 
    d'itala carità trascorre e passa 
    colla foga dei lampi; e in un concento 
    d'immensa età le ricordanze accoglie.
        </p>
        <p>6.</p>
        <p>
          Stretta di muri e di colonne al cinto, 
    coronata di cupole e di torri, 
    la ionica
          <persName key="Cibele" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q188236">Cibele</persName>
          il pié tuffava 
    entro a l'acque del
          <placeName key="Bradano" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q848877">Bradano</placeName>
          ; l'antica
          <placeName key="Metaponto" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q18428693">Metaponto</placeName>
          famosa, alta
          <persName key="Metabo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1924715">Metàbo</persName>
          . 
    Per dovizie possente e per gagliarda 
    patria virtude, prezîosi doni 
    ed aurei busti ai deprecati offerse 
    tempii di
          <placeName key="Delfi" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q75459">Delfo</placeName>
          ; onde feconda rise 
    a lei la messe ne' suoi campi e il pingue 
    provvido olivo e la sanguigna vite. 
    A la parete del suo tempio appese 
    pendean l'ascia e la pialla, onde d'
          <persName key="Epeo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q278930">Epéo</persName>
          si armò la man, quando commesso i fianchi 
    al gran cavallo espugnator di
          <placeName key="Troia" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q22647">Troia</placeName>
          . 
    Col
          <placeName key="Sinni" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1187923">Sinno</placeName>
          a ritta e l'
          <placeName key="Agri" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q396520">Aciri</placeName>
          a mancina 
    sovra un facile colle alta
          <placeName key="Eraclea" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1568583">Eracléa</placeName>
          conversa al riso orïental sedeva. 
    Benché dal tempo distruttor sovverse, 
    ne la memoria de l'età lontane 
    città famose entrambe, eterni altari, 
    su cui la vampa dei saver pelasgo, 
    pari al fuoco di
          <persName key="Vesta" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q178710">Vesta</persName>
          , arse rompendo 
    de l’occidente le tenebre antiche!
        </p>
        <p>7.</p>
        <p>
          Or la spica e il lentisco occupa i seggi
di quell’auree città. Silenzioso
volge il
          <placeName key="Bradano" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q848877">Bradano</placeName>
          al mar l’onda romita.
Spesso il lucan agricoltor, spezzando
quelle glebe deserte, in elmi antichi
e in mozzi brandi coll’aratro offende;
e spesso il solco riconduce al sole
lapidi eterne, in cui la man degli avi
scrisse leggi immortali. Ove
          <placeName key="Eraclea" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1568583">Eraclea</placeName>
          stette, ombreggiano i boschi; e il cinghial scava
fra le macerie e i lividi pantani
frantumate colonne. Entro quei boschi
suonò lunghi anni dei Cenobî il salmo:
ed or biancheggia su le folte macchie
turrito albergo, a l’arti amico, ai cari
studî campestri, ai splendidi ritrovi,
ed ai riposi de la caccia ansante.
Talor, quando la notte alto cammina,
per quest’onde deserte ascolti il grido
del barcaiuol, che, trafficando in mare, 
da
          <placeName key="Taranto" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q13498">Taranto</placeName>
          a
          <placeName key="Crotone" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q6681">Crotone</placeName>
          apre le vele.
Ed or ch’io passo e canto una segreta
fra l’acque ascolto melodia divina,
che aleggia intorno al mio naviglio. Or forse
sei tu,
          <persName key="Calipso" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q48961">Calipso</persName>
          solitaria, errante
su questo mar, che ti fu caro? O questa,
o questa è forse l’elegia fatale,
cui da l’area rupe ultima sciolse
          <persName key="Saffo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q17892">Saffo</persName>
          infelice, allor che volta ai cieli,
data le braccia ed i capelli ai venti,
gridando amor precipitò ne’ flutti?
O tu sei, che ritorni a l’aure a l’onde
di
          <placeName key="Zante" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q144880">Zacinto</placeName>
          materna, o sventurato
          <persName key="Foscolo, Ugo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q166234">Foscolo</persName>
          mio? Tuo lungo amor, tuo lungo
disperato disio questi sereni
spazii di ciel furono un dì fra i nembi
d’
          <placeName key="Albione" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q674040">Albione</placeName>
          ! – T’allegra, o spirto ardente,
t’allegra, e canta! Da le Bruzie selve
surse un grido di guerra; e i generosi
figli di
          <persName key="Dafne" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q194015">Dafne</persName>
          si levâr sull’
          <placeName key="Etna" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q16990">Etna</placeName>
          .
          <placeName key="Italia" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q38">Italia</placeName>
          tua libera è tutta, come
libera
          <placeName key="Grecia" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q41">Ellenia</placeName>
          de le sue catene
s’alzò tremenda. Oh, che ne l’urna almeno,
          <persName key="Foscolo, Ugo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q166234">Ugo</persName>
          , sentisti in libertà ridutte
la patria de la culla e de l’amore!
Su pei colli di
          <placeName key="Zante" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q144880">Zante</placeName>
          arde fremente
de’ carmi il fuoco: e di tua mente un raggio
di
          <persName key="Solomos, Dionysios " ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q166172">Solomos</persName>
          nel petto inni guerrieri
spira. Chi mai, chi non saria poeta
su queste piagge, ov’abitò colui,
che l’armonia de’ firmamenti intese?
        </p>
        <p>8.</p>
        <p>
          Qui
          <persName key="Pitagora" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q10261">Pitagora</persName>
          immenso, allor che l'empio 
pugnal Crotonïate incontro al santo 
cuor la sua stessa carità gli mosse, 
qui ramingò molti anni, e qui, potente 
di divino coraggio, il tempio aperse 
dei rinnovati studî. Un infinito 
popol d'alunni lo seguia ne l'alte 
scuole di
          <placeName key="Metaponto" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q18428693">Metaponto</placeName>
          ; indomit'alme, 
a l'esiglio, a la fame, a le catene,
a la morte parate anzi, che vili 
negar la fede de la sua parola, 
i suoi dommi tradir. Le donne, anch'esse, 
le molli disertando opre gentili, 
venian severe a disputar sui marmi 
del suo Liceo.
          <persName key="Pitagora" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q10261">Pittagora</persName>
          ! qual mente, 
quale altissima mente a tanto volo,
come a la tua levossi, o sì dappresso,
guardò ne' cieli? Qual fu mai fra i nati 
al disperante fiuttuär perenne 
per la notte del dubbio e del mistero, 
qual fu mai, che, a te pari, un tanto sguardo 
gittasse in grembo de l'età venture,
e di tant'ombra disvestisse il mondo? 
Ultimo lampo d'un'età caduta, 
lampo primier d'una novella etade, 
di qui sovrano ad annodarle alzavi 
rigenerante universal parola. 
Questo mar, questi colli e questo cielo 
furono il tempio e la fatal cortina, 
onde parlavi ad erudir le genti, 
e mille età concelebrâr devote 
questo ciel, questi colli e questo mare. 
Tu riflettevi l'universo; e nulla 
stranier ti parve, o creätor de l'alto 
Italo-greco socïal Liceo. 
Tu guerrier, tu possente unico Sofo, 
tu generoso cittadin, tu voce 
conciliatrice di due mondi, ardente 
martire del pensiero e dell'amore, 
tu presentivi, meditando, l'alta 
necessità d'una parola arcana
rivelata ai mortali. Astro sublime 
del ciel pagano! Di solinga luce 
per molte età ripercuotesti il mondo,
finché rïarso nel gran sol di
          <persName key="Giuda" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q81018">Giuda</persName>
          sull'orizzonte cristïan t'alzasti 
quasi gigante a correre la via. 
Nel tuo splendor santificato, oh quanto, 
quale altissimo volo aprïr sovrani 
l'Angiol di
          <placeName key="Bova" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q54570">Bova</placeName>
          e l'Angiolo d'
          <placeName key="Aquino" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q116415">Aquino</placeName>
          !
        </p>
        <p>9.</p>
        <p>
          Sparso i lunghi capelli a l'aura errante, 
negli ampi seni del suo manto accolto,
per queste sponde solitario errava 
quando più muta era la notte, il Grande.
Immensa lira era il Creäto allora 
a la sua mente armonizzata, immenso
ocëan di splendori e d'armonia. 
Misterïoso Angiol rimasto in terra 
in un linguaggio a federar gli umani, 
la Musica, dappria gemea ne l'onde, 
ne le boscaglie armonizzate a' venti, 
o nel gorgheggio de' pennuti. Spesso, 
o da l'amore o dal dolor percosso, 
armoniosi e disperati gridi
il mortale traëa: soventi ancora 
svegliò per caso ne le canne argute 
modulati sospir, gemiti e suoni, 
e meditovvi; e di voluttuosi, 
pur dubbî ritmi indi vestì cogli anni 
quanto il caso crëò. Ma sempre arcano, 
incomprensibil sempre Angiol canoro, 
la Musica versava intorno all'uomo
inebbrïante rapimento. Ei primo,
          <persName key="Pitagora" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q10261">Pittagora</persName>
          , vagando ad alta notte, 
potentemente ei ragionò con questo 
Angiol misterïoso: il vel gli tolse, 
e catenato in numeri soävi
il dié nudo al mortal. L'Angiol si piacque 
dell'ardimento, e sua perenne elesse, 
non prigione, ma reggia
          <placeName key="Italia" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q38">Italia</placeName>
          intera; 
e a lui, che il vinse, il gran volume aperse 
d'un'armonia più vasta, onde composti 
son tanti mondi ad una danza; e i cieli 
di mille soli scintillâr sul capo
del rapito pensante; ed egli, assorto 
arcanamente in quel profondo azzurro, 
bevea la melodia misterïosa, 
ch'eternamente si riversa e spande 
fra le correnti de l'eterea luce. 
E in quelle notti misurò la via, 
cui dopo il giro di cotanta etade 
segnar dovea
          <persName key="Copernico, Niccolò" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q619">Copernico</persName>
          - Straniero!
S'io canto il lauro de' miei padri, oltraggio 
al tuo lauro non sia: con quanta gioia 
con quanto amor te nomerei fratello, 
il Cielo il sa. Ma la mia patria assorge 
a nuova vita. Ne le ausonie feste 
porta in pace, stranier, s'io non ascondo 
de' padri miei la rinomanza antica.
E tu mi addita una tua gloria, un solo 
lauro sovran, che ti ghirlandi il crine, 
e i figli di
          <persName key="Pitagora" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q10261">Pitagora</persName>
          verranno 
a cantar generosi i lauri tuoi. 
Pur finché il Sol saetterà quest'onde 
del suo riso sovran, finché l'aprile 
decorrerà queste campagne e un cuore 
su questo suol palpiterà, quest'una 
Itala sponda resterà regina 
conservatrice e crîatrice eterna 
dell'armonia de l'arti e del pensiero. 
Voce è questa di Dio: voce di Dio, 
che su quest'onde seminò dal cielo 
squadre, seste, compassi, arpe e colori; 
onde la vita palpitò nei marmi
di
          <persName key="Prassitele" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q105290">Prassitele</persName>
          al cenno; onde la vita 
di
          <persName key="Zeusi" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q197044">Zeusi</persName>
          a' tocchi arcanamente emerse 
da la magìa de le dipinte tele.
        </p>
        <p>10.</p>
        <p>
          Tutto, tutto vi arrise, Italo-Greci 
Sovrani Artisti. Una beltà divina 
su le fanciulle Sibarite ardea: 
robuste forme v'offerria la terra, 
ove lottò
          <persName key="Milone di Crotone" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q338948">Milone</persName>
          , ove del
          <placeName key="Sagra">Sagra</placeName>
          pugnâr sui campi vigorosi atleti. 
Giocondi soli, ricrïanti climi, 
nitidezza di cieli, e monti, e mari 
e diffuse pianure... oh ben l’albergo
degli artisti fu questo, e ben provvide 
quando di Genî il popolò l'Eterno. 
Qui fra i riposti altar, su per le svelte 
salïenti colonne un portentoso 
ordin di marmi effigïati alzossi. 
Ricche di vita e di memorie, eterni 
monumenti de l'arte e del pensiero, 
mille dorate tavole pendeano 
fra le Joniche sale. Ah! l'arti allora 
confortatrici del civil coraggio, 
non lascivia d'ingegno, eran pei forti!
Del patrio amor Sacerdotessa ardente, 
la poesia di
          <persName key="Nosside" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q559151">Nosside</persName>
          , cantava 
a' combattenti patrïotti. I numi, 
o la memoria degli antichi eroi 
a lo studio del canto eran subbietto, 
e all'armonia de' marmi e de' colori. 
Or chi ti svelse dal marmoreo stallo, 
accigliato Tonante? Or chi ti tolse 
la noderosa clava,
          <persName key="Ercole" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q240679">Ercole</persName>
          altero,
che su la combattuta
          <persName key="Idra" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q170379">Idra</persName>
          spirante
con lëonina maestà sedevi? 
Ove il tuo cinto, i tuoi colombi e il tuo 
di lucenti conchiglie etereo cocchio,
Diva madre del riso e degli amori? 
E tu più bianca de l'intatta neve,
che fiocchi in vetta a l'inaccesso
          <placeName key="Monte Olimpo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q80344">Olimpo</placeName>
          , 
giovinetta immortale,
          <persName key="Ebe" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q131125">Ebe</persName>
          celeste, 
ove sei? Su qual'aura erran tue bionde 
trecce diffuse? Come te, raggiante 
di profumata giovinezza eterna, 
per questi lidi sorvolò, crëando, 
la fantasia dei sommi Italo-Greci! 
Non anche offesa da codardi affanni, 
pura come la prima alba del mondo, 
fuor di quest'acque emerse in sua gentile 
semplicità. Deh! perché mai nel cielo, 
quasi aborrendo da le colpe umane, 
spaventata risalse? Anche il dolore, 
anche il dolore ella vestia d'un vago
melanconico velo; e non vedevi 
in quei marmi sublimi un disperato 
e di membra scompiglio e di sembianze; 
ma un pensieroso reclinar di fronti, 
una grazia di teste, ed un soäve
languor di sguardi, che parea svelasse 
al pellegrino del dolor le gioie, 
la voluttà d'un rassegnato affanno. 
Deh perché mai, deh perchè mai nel cielo, 
quasi abborrendo dalle colpe umane, 
spaventata risalse? Ah perchè mai 
de' suoi portenti i prezïosi avanzi 
colla gelida man disperse il Tempo!
        </p>
        <p>11.</p>
        <p>
          Chi può dir mai quanti tesauri accogli 
sotto quest'acque, o mar? Se potess'io
le tue immense voragini profonde 
d'un cenno aprir novellamente al sole, 
qui troverei le tavole immortali, 
su cui
          <persName key="Caronda" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q256819">Caronda</persName>
          suggellò col sangue
le sue leggi tremende, ed i civili 
codici intemerati, onde d'
          <persName key="Archita" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q202001">Archita</persName>
          la carità parlava e la virtute.
Oh quanto senno troveriavi accolto 
questa età di perigli e di trïonfi! 
Né senza frutto gl'itali veggenti 
leggerian da la libera tribuna 
del Gran Concilio Eracleënse i dommi; 
i sacri dommi, onde, o mia patria, un giorno 
trarran consiglio i figli tuoi poggiando 
d'una più vasta libertà sul monte. 
E voi, forti Lucani, a cui natura 
Maschio petto concesse e cuor gagliardo, 
voi che per troppo tralignar d’etadi
non ismetteste l’ospital sorriso
e la virtù de' vostri padri, voi
qui, superbendo, i dissepolti avanzi
de le vostre città contemplereste; 
de le vostre città, che la possente 
ala del tempo, ribellando i fiumi, 
tutte sovverse e traportò nel mare. 
Sotto quest'acque trovereste gli  elmi 
dei vostri antichi e le corazze e i gravi 
scudi di rame e i sandali guerrieri!
        </p>
        <p>12.</p>
        <p>
          Sepolcro eterno, o mia
          <placeName key="Lucania" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1131978">Lucania</placeName>
          , è questo
ampio mar, che veleggio, a le tue prische
marittime città. Lucano anch'io, 
da questo mare ti contemplo e canto, 
Terra Lucana! Ecco: distende il cielo 
un manto azzurro su le tue montagne, 
e nel suo riso verginal la luna 
le tue selve inargenta. Ancor sei bella, 
sei bella ancor, Terra Lucana! Sacra 
emmi ogn'itala zolla, eppur le tue 
aure bevvi nascendo, e nel tuo seno 
dormono i padri miei. Tutto a te diede,
          <placeName key="Lucania" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1131978">Lucania</placeName>
          , il cielo: le montagne e i mari, 
i vulcani e le nevi, il negro abete 
e l'aureo pomo orïental, franati 
brulli dirupi e facili pianure 
biondeggianti di grani e d'oliveti, 
e pampinosi poggi e lauri e tutto.
Indi i tuoi figli, armonizzati al suolo, 
ne la battaglia eroi, dolci nel canto, 
ed atti al grave meditar profondo. 
Indi
          <persName key="Ocello, Lucano" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q268539">Ocello Lucano</persName>
          , indi l'immensa 
fantasia di colui, che d'aureo strale 
feria scherzando il cesaréo Lïone
entro le reggie banchettate, e tutti 
del bello i dommi in un concento accolse, 
e incarnò ne' suoi carmi: e a la supreme 
regïoni del Genio aprendo il volo, 
a
          <persName key="Pindaro" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q134929">Pindaro</persName>
          mostrò con ala ardente
che solo in tanto spazio ei più non era. 
Or l'Angiol del passato erra solingo 
fra le tue selve e parla ai nembi: siede 
sovra le sponde de' tuoi fiumi, e muto 
novera l'onde discorrenti al mare. 
Or com'aquila bruna il vol raccoglie 
su le cime del
          <placeName key="Monte Vulture" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q509433">Vulture</placeName>
          ; si posa 
su quell'eterno stallo; e mentre il vento 
le lunghe chiome le scompiglia intorno 
a la fronte severa, i monti e l'acque 
ei misura d'un guardo: indi librato 
su le penne sonanti, a larghe ruote 
rade d'
          <placeName key="Agri" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q396520">Acri</placeName>
          e di
          <placeName key="Sinni" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1187923">Sinni</placeName>
          i vasti piani, 
e con voce di tuono i forti evoca, 
che perîr su quei campi.
        </p>
        <p>13.</p>
        <p>
          Armi e cavalli 
e carri e picche ed alte aquile d'oro 
guidò là spesso la virtù latina.
E allor che in mezzo ai sanguinosi brandi 
terribilmente soverchiâr le schiere 
d'improvvvisi elefanti, onde paüra 
torse in fuga i Romani innanzi a
          <persName key="Pirro" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q172353">Pirro</persName>
          , 
quell'ampie chiane di cotanti uccisi 
morte coprì, che il vincitor piangendo 
a la vittoria maledisse. I fiumi 
portâr sangue. A la notte in mezzo al campo
del
          <persName key="Molosso" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q2622614">Molosso</persName>
          lo spettro alto vagava,
chiuso in armi corrusche; e, sogghignando
su tanto fior di gagliardia mietuto,
la propria morte ricordò, quando egli 
del fatale
          <placeName key="Acheronte" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q191087">Acheronte</placeName>
          in mezzo a l’acque. 
Imprecando quel dì che piantar volle 
in paese non suo l’asta guerriera, 
sotto al brando Lucan cadde trafitto, 
e da le sanguinate onde rapito 
appo le porte d'
          <placeName key="Eraclea" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1568583">Eraclea</placeName>
          percosse 
lutulento cadavere. Fatale 
sia quest'Itala Terra a lo straniero
sempre così! sempre col sangue ei sconti
i suoi brevi trïonfi in questa terra! 
Ché non per morte ei si spaventa; e, quasi
spinto da fato irresistibil, corre 
(e tu, Tedesco, in
          <placeName key="Lombardia" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q1210">Lombardia</placeName>
          tel sai) 
a morir qui, dov'ei sognò corone. 
E questi campi depredò crudele 
lo scapigliato Saraceno, ed irti 
minacciosi castelli in questa vaga 
classica sponda fabbricò lo Svevo, 
ed il Normanno abbeverò nel
          <placeName key="Bradano" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q848877">Brada</placeName>
          i suoi bai cavalli. Indi la fame, 
i tremuoti, la peste il tempo in muta 
deserta landa tramutâr quest'alma 
popolosa contrada, unica al mondo.
        </p>
        <p>14.</p>
        <p>
          Ahi! ben per lunga schiavitù la terra 
isterilisce! E non un arbor vedi, 
che di ombra amica le pianure allegri, 
ove tu,
          <placeName key="Metaponto" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q18428693">Metaponto</placeName>
          , un dì sedevi 
de le tue ville suburbane al rezzo! 
Despota il sole e illimitato incende 
quelle vaste campagne allor che sale 
sovra la giubba del lëon. Non odi
aura, che spiri fra le secche ariste, 
e gli spazî del mar, che fuman lenti, 
con la punta dell'ala increspi. Immoto, 
pestifero, affannoso aër s'addensa 
sotto quel cielo solitario. I fiumi 
la morte esalan del villan, che pallido, 
arso, rilasso ne le membra, indarno 
i venticelli de l'april, le molli 
rugiade del mattin, morendo, invoca! 
Eppur quei campi torneran soave 
feconda sede di città fiorenti 
popolate e felici. Or più non pesa 
sui nostri petti la vergogna e il tedio 
di noi stessi e del suolo. Ad alta fronte, 
liberi, e degni di color che un giorno 
per quei campi abitâr, su per quei campi 
innalzerem le cittadine mura. 
Su per quei campi spunteran boscaglie 
e di cedri e d'ulivi: entro le chete 
ombre novelle il rossignuoi le care 
sue melodie ripeterà. Le melme 
non veleran le tue correnti, o sacro
          <placeName key="Bradano" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q848877">Bradano</placeName>
          antico; ma deterso e puro, 
per solerte lavoro, in grembo al mare, 
ville e campagne fecondando, andrai. 
Salve, tornata a queste piagge, o santa 
aura di libertà! dove tu spiri 
anche i deserti allieti. Al tuo sorriso 
canta il villan su le feconde zolle, 
corone intreccian le fanciulle, al cielo 
s'alzan le torri e le città, la terra 
di fior s'ammanta e di navigli il mare!
        </p>
        <p>15.</p>
        <p>
          Senza vergogna la novella prole 
e senza pianto guarderà le tue 
sponde, o
          <placeName key="Mare Ionio" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q37495">Jonio</placeName>
          sublime: a questi lochi 
verrà sovente ad ispirarsi. E voi, 
Ligure navi, e voi Venete, amiche 
approderete fra quest'acque; e gaie 
fraterne voci da la ricca sponda
saluteranvi. L'anime sublimi 
e di Doria e di Gioia, alte pei mari, 
v'enfieranno le vele, e nuovi lidi 
v'additeranno, o federate navi! 
Ché no, per Dio! non dormirem profondi 
sonni più mai. Liberi, ardenti e veri 
Itali noi, non per età cadremo 
sul limitar de la novella via. 
Ricorderem che da quest'acque emerse 
quanto di grande coronò l'
          <placeName key="Europa" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q46">Europa</placeName>
          : 
che da quest'acque l'italo pensiero 
sulle genti regnò: ch'indi de l'arti 
la divina armonia; ch'indi il gran volo, 
che misurò le sfere…!
        </p>
        <p>16.</p>
        <p>Or salve, o sole, 
su queste vôte abbandonate rive! 
Tu vi riedevi in altra età, posando 
sovra mille città l'aureo tuo cocchio, 
stanco de' nembi e de' deserti immensi, 
onde or ne insulta lo straniero, ed ove 
inorridito illuminavi, o Sole,
per selvagge boscaglie umane belve, 
ed empî riti e scellerati altari!</p>
        <span type="notes" />
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>