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        <title>Lettera di Fortunato a Tommaso Senise</title>
        <author>Fortunato, Giustino</author>
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          <resp>mark-up by</resp>
          <name>Carmine Cassino</name>
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          <resp>transcription by</resp>
          <name>Carmine Cassino</name>
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          <resp>main editor</resp>
          <name>Fulvio Delle Donne</name>
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        <publisher>BUP - Basilicata University Press</publisher>
        <pubPlace>Potenza</pubPlace>
        <date>2026</date>
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          <licence target="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/4.0/">Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0)</licence>
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          <bibl type="edition">"Carteggio", vol. II – 1912-1922, a cura di Emilio Gentile, Bari, Laterza, 1979, p. 325-326</bibl>
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            <idno>Basilicata_Fort.6</idno>
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              <p>Lorem ipsum dolor sit amet</p>
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        <language ident="it">Italian</language>
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        <date>1919-04-17</date>
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        <p>Napoli, 17 aprile [1919]</p>
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        <p>
          Carissimo
          <persName key="Senise, Tommaso" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q22338093">Tommaso</persName>
          ,
        </p>
        <lb />
        <p>
          rispondo subito a questa seconda tua lettera, scrittami stamane. Io ti do pienamente ragione, io, che ben mi avvidi per tempo della piccola mente dell’
          <persName key="Albini, Giacinto" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q3105010">Albini</persName>
          ; io, che ben potrei dire quanto egli fosse stato poco riguardoso della delicatissima sua funzione, sia alla vigilia del moto, sia pure il primo mese della insurrezione, (in cosa, a scanso d’equivoci, attinente alla condotta politica, non alla rettitudine personale). Ma, ripeto, nessuno ha meno di me il diritto di andar in così scottante questione. Il dover mio io ho compiuto col telegramma che ti inviai, vero, verissimo, e, se mai, meno del vero. O non ricordi come l’
          <persName key="Albini, Giacinto" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q3105010">Albini</persName>
          andò su le furie, pubblicando la lettera che già
          <persName key="Senise, Carmine" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q21587895">Carmine</persName>
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          aveva scritta per il padre, tanti anni fa, ad Onorato Roux, se non erro?
        </p>
        <p>
          Perché, caro
          <persName key="Senise, Tommaso" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q22338093">Tommaso</persName>
          , la verità è, che don
          <persName key="Racioppi, Giacomo" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q3762245">Giacomo Racioppi</persName>
          e tuo fratello
          <persName key="Senise, Carmine" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q21587895">Carmine</persName>
          , senza dire di
          <persName key="Lacava, Pietro" ref="https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Lacava">Pietro Lacava</persName>
          , furon essi, essi che, non dico addirittura crearono, ma certo fondarono il buon diritto, poco meno che assoluto, di primogenitura di
          <persName key="Albini, Giacinto" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q3105010">Giacinto Albini</persName>
          nel moto insurrezionale del 1860. L’unico, il solo, che intravide quanto di non equo ed inesatto era nella leggenda albiniana, fui io. Al punto cui siamo, o, per meglio dire, al punto cui son io, fatto inviso a Decio, il quale, nel frattempo, è divenuto il Segretario Generale del Comitato per la Storia del Risorgimento Nazionale, proprio non c’è che fare. Del resto, caro
          <persName key="Senise, Tommaso" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q22338093">Tommaso</persName>
          , mentre noi parliamo della leggenda albiniana, oh quante altre ne sono maturate, quante ne matureranno per effetto di questa guerra, che ha germinato e ogni giorno più germinerà eroi a migliaio, eroi quanti tutte le storie del mondo non ne ebbero i pari! Lasciamo andare…
        </p>
        <p>
          Tu mi domandi: «che pensi del domani»? Che penso! Penso che siamo alla vigilia del Regno della Follia! «La guerra», tu soggiungi; «e Salandra, che credeva la dovesse da durare solo tre mesi»! La guerra? Oh, certo, non io la volli, non io inneggiai ad essa, - io, che per poco non fui aggredito in
          <placeName key="Rionero in Vulture" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q52646">Rionero</placeName>
          , il ‘917, perché ritenuto autore della guerra! Ma poi, e perché fai solo il nome di Salandra? Tutti, tutti, tutti credettero quel che egli credè, - tutti, non io, soccorritore e scrittore dell’«Italia Nostra», di non disonesta memoria; io, che fui anche acerbissimo avversario della guerra libica, una cieca, folle impresa – e non si sa ancora il perché – voluta dall’amico Giolitti: cieca, folle impresa, che fu causa prima dello immane incendio, che ha divampato per tutta Europa! Questo non è stato detto finora, meno che dal Ferrero. Ma questo, non ne dubito, sarà detto in prosieguo da tutti gli storici, allorché i misteri astii tra giolittiani o salandrini saranno del tutto andati in oblio, ovvero moveranno il riso.
        </p>
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          <note xml:id="N2olf4upcd" type="alpha">
            <persName key="Senise, Carmine" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q21587895">Carmine Senise</persName>
            (1836-1918), partecipò attivamente alla liberazione del
            <placeName key="Mezzogiorno" ref="https://www.wikidata.org/wiki/Q207989">Mezzogiorno</placeName>
            , nel 1860; fu prefetto dal 1876 al 1893, senatore dal 1892.
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